Simbolo dell’Abbazia di Morimondo: significato e origini
Il simbolo dell’Abbazia di Morimondo è un Tau con una ruota crociata innestata sul fianco e un’ansa a spirale alla base, inciso più volte nel complesso monastico lombardo e oggi utilizzato come logo ufficiale della Fondazione che lo custodisce.
La Fondazione stessa dichiara di non possedere alcuna fonte scritta antica capace di spiegarne l’origine.
Questa ricerca, durata cinque anni, ha individuato lo stesso identico simbolo, o varianti molto vicine, in almeno sei fonti europee indipendenti:
- una xilografia tedesca contro la peste del 1473 (Augsburg),
- la prima edizione a stampa dell’Enchiridion Leonis Papae del 1584 (oggi la versione superstite dell’Enchiridion del 1633 si trova qui)
- un manoscritto magico inglese del 1577-1583 (Folger Shakespeare Library),
- incisioni devozionali bavaresi del Sei-Settecento (Wellcome Collection, area di Landshut),
- una stampa di Vilnius del 1757, e l’opera dell’occultista Éliphas Lévi del 1860, che lo chiama “la Chiave Universale”
- Una rilevazione fotografica a Venezia (Calle Gradisca)
In quasi tutti casi il simbolo è accompagnato da un testo che ne dichiara esplicitamente la funzione: protezione dalle armi, dalla peste, dal fuoco, dalle tempeste. Un simbolo apotropaico, a quanto sembrerebbe.
In breve: cosa dice questa ricerca
Chi cerca una risposta rapida la trova qui, con lo stesso grado di cautela che regge ogni singolo paragrafo di questo lavoro. Il simbolo di Morimondo è, per quanto ci risulta dopo cinque anni di ricerca, una combinazione rara nel corpus della simbologia cristiana medievale, non un Tau qualsiasi, ma uno schema composito specifico e insolito.
Partendo da questa rarità, questa ricerca ha rintracciato lo stesso schema, con gradi diversi di certezza documentati caso per caso, in Germania, Inghilterra, Baviera, Lituania, forse a Venezia, e nell’opera di un noto occultista francese dell’Ottocento.
In nessuno di questi ritrovamenti il simbolo compare come semplice ornamento: è sempre accompagnato da una formula di protezione esplicita.
Da qui, la conclusione a cui questa ricerca è arrivata: riteniamo che il simbolo dell’Abbazia di Morimondo appartenga a una tradizione apotropaica cristiana, un segno di protezione diffuso in Europa tra Quattrocento e Ottocento.
È la nostra lettura, sostenuta da fonti verificate una per una e riportate per intero nel testo che segue.
Chi ritiene di poterla smentire con una fonte più solida è invitato a farlo: è così che funziona la ricerca storica, ed è così che vogliamo che funzioni anche questa.
Un segno che l’Abbazia stessa non sa spiegare
Chi visita l’Abbazia di Morimondo si lascia difficilmente sfuggire la purezza dell’architettura cistercense, quella sobrietà severa che è uno dei tratti fondativi dell’Ordine nato a Cîteaux alla fine dell’XI secolo.
In un contesto dove nulla è lasciato al caso, un segno inciso ripetutamente in punti diversi del complesso, e poi scelto come emblema dell’istituzione che oggi lo tutela, merita un’attenzione che, sorprendentemente, nessuno sembra avergli mai dedicato fino in fondo.
La pagina ufficiale della Fondazione descrive il simbolo dell’Abbazia di Morimondo come la fusione di tre elementi: una tau verticale molto slanciata, che termina in basso con due ricci allungati, paragonati dalla Fondazione stessa a radici o viticci; una tau orizzontale più piccola, innestata a metà del gambo, sul lato destro; e un cerchio a quattro raggi, simile a una ruota, in posizione opposta, sul lato sinistro.
La lettura teologica proposta è coerente con la spiritualità cistercense. La Tau verticale rappresenterebbe Cristo mediatore tra cielo e terra, richiamando la parabola evangelica della vite e dei tralci di Giovanni 15,5. La Tau orizzontale, come un tralcio che si stacca dal tronco, rappresenterebbe l’esperienza monastica innestata in Cristo.
Il cerchio a quattro raggi viene definito esplicitamente dalla Fondazione “simbolo del sole e della vita e dello spazio claustrale a quattro lati”. È una lettura solida sul piano teologico.
Ma la stessa pagina, subito dopo averla esposta, ammette l’assenza di qualunque fonte scritta antica capace di confermarla, e colloca la versione più antica del simbolo, con la cautela di un “sembra essere” che vale la pena sottolineare per onestà metodologica, nell’incisione sull’architrave della porta tra la chiesa e il chiostro: esattamente il punto da cui è partita questa ricerca.
Morimondo: “anatomia di un simbolo RARO”
Osservando il calco fedele dell’incisione originale, la composizione si lascia scomporre in tre blocchi lungo un unico asse verticale: gli stessi tre elementi descritti dalla Fondazione, ma con dettagli che si riveleranno decisivi nel confronto con le altre fonti.
L’elemento superiore è il Tau, l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, adottata molto presto dalla tradizione cristiana come segno di protezione. Il riferimento biblico più noto è il Libro di Ezechiele, capitolo 9, dove i fedeli ricevono un Tau sulla fronte per essere risparmiati dal giudizio; lo stesso simbolo torna nell’Apocalisse come sigillo impresso sulla fronte degli eletti.
Nel Medioevo il segno viene ripreso, tra gli altri, da san Francesco d’Assisi come marchio di conversione. A metà del gambo si innestano i due elementi laterali.
La ruota crociata non è centrata sull’asse verticale ma decentrata, con l’asse che l’attraversa nella metà destra e non nel centro geometrico, mentre il braccio della piccola Tau, sul lato opposto, protende verso l’esterno terminando con un profilo più marcato, quasi a punta.
Letto alla luce della descrizione ufficiale come “seconda Tau”, questo elemento acquista un senso preciso: non un ornamento, ma un secondo segno di croce, complementare al primo. La ruota, da parte sua, è tra i simboli più antichi dell’umanità, e rappresenta il movimento, il tempo, il ciclo delle stagioni, il cammino del sole.
Nel cristianesimo medievale questa simbologia cosmica viene reinterpretata alla luce della Croce, ed è significativo che sia la Fondazione stessa a definire questo elemento simbolo del sole. Tuttavia questa parte ci ha portato fuori pista.
L’estremità inferiore termina, secondo la descrizione ufficiale, in due piccole volute a spirale, simmetriche tra loro. È proprio questa doppia voluta, come vedremo, ad assumere forme più marcatamente asimmetriche in alcune ricorrenze del simbolo, dove una delle due si sviluppa in un’ansa piena, quasi a forma di lettera minuscola, come una sorta di “b” incompleta. E questo lo abbiamo notato su base grafica. Dandoci un responso molto credibile.
Dove si trova il simbolo di Morimondo, e quante volte
Un elemento spesso trascurato, ma decisivo per capire la natura di questo segno, è che non si tratta di un’incisione isolata. La Fondazione stessa dichiara che l’immagine adottata come logo si trova in più punti dell’Abbazia di Morimondo.
Le ricorrenze del simbolo dell’Abbazia di Morimondo nel complesso
Oltre all’architrave della porta tra chiesa e chiostro, indicato come la versione più antica, testimonianze dirette segnalano la presenza dello stesso simbolo, con lievi variazioni, in almeno altri punti del complesso: una versione inscritta in una cornice ottagonale nella porzione del coro ligneo, elemento datato nella storia ufficiale dell’abbazia al 1522; una versione molto sbiadita su un capitello della Sala Capitolare; una ricorrenza su una porta esterna del complesso; e infine una riproposizione moderna sul portoncino di un locale attiguo, oltre al suo utilizzo come logo ufficiale.
L’ansa a “b”: un’osservazione sul campo sul simbolo di Morimondo
Sulla ricorrenza della porta esterna, il sopralluogo fotografico condotto nel corso di questa ricerca ha permesso un’osservazione ulteriore, riportata con la cautela dovuta come testimonianza diretta di chi si è recato sul posto: le due volute terminali, in questo esemplare, non appaiono simmetriche come nella descrizione ufficiale, ma nettamente diseguali, con una delle due sviluppata in un’ansa piena che ricorda, nella forma, una lettera minuscola “b”, lo stesso tratto che caratterizza il Tau del Folger e dell’Enchiridion a stampa.
Il coro ligneo del 1522 e il logo moderno della Fondazione
La ricorrenza del coro ligneo, datata al 1522, è stata osservata direttamente da chi ha potuto visitarla: presenta la cornice ottagonale descritta dalla Fondazione, e conferma la doppia voluta, in questo caso più regolare rispetto a quella della porta esterna. La fotografia disponibile di questa ricorrenza, per condizioni di luce e accesso limitato, non ne permette una verifica ravvicinata quanto quella ottenuta per la porta esterna: la riportiamo dunque come osservazione diretta, non come lettura fotografica pienamente dimostrata.
Mettendo a confronto questa versione con il logo ufficiale moderno della Fondazione, emerge un dato interessante: il logo sembra derivare non dall’incisione più antica sulla pietra, ma da una rielaborazione della versione più tarda e regolare del coro ligneo, con il braccio destro (la “piccola Tau orizzontale”) e le volute ulteriormente ingranditi e regolarizzati per renderli leggibili a piccole dimensioni.
Questo spiegherebbe perché, guardando il logo ufficiale, la somiglianza con la famiglia Folger/Enchiridion sia meno immediata di quanto non sia guardando le incisioni originali sulla pietra.
Quando fu scolpito il simbolo: tre finestre temporali a confronto
Per la versione più antica, quella dell’architrave, la cronologia edilizia dell’abbazia offre tre finestre temporali plausibili, ciascuna con un grado diverso di supporto documentario.
Fase medievale: la costruzione della chiesa, 1182-1296
La chiesa abbaziale attuale fu costruita a partire dagli anni Ottanta del XII secolo, con conclusione entro la fine del XIII secolo. È la finestra temporale più suggestiva, ma nessuna fonte, a nostra conoscenza, documenta in modo specifico l’incisione del simbolo proprio in questa fase. A questa finestra si aggiunge un elemento che nessuna versione precedente di questa ricerca aveva preso in considerazione.
La pagina ufficiale della Fondazione racconta che Morimondo, indipendentemente dalle distruzioni della casa madre francese, subì due gravi battute d’arresto belliche proprio nel cuore di questa stessa fase costruttiva. Nel 1161 un primo saccheggio a opera delle truppe tedesche di Federico Barbarossa colpì il monastero.
Ma è l’evento del 3 dicembre 1237 il più significativo: quella notte le truppe pavesi devastarono il cenobio e uccisero molti dei monaci che vi risiedevano. La Fondazione stessa scrive che da allora la comunità non si rialzò più, e che il cantiere della chiesa si concluse solo nel 1296, oltre mezzo secolo più tardi del previsto.
Proponiamo qui un’ipotesi dichiaratamente personale, non supportata da alcuna fonte diretta ma coerente con i fatti esposti: una comunità che aveva appena visto propri confratelli uccisi con le armi avrebbe avuto un movente concreto per scolpire, o rinnovare, un simbolo di protezione contro le armi, la stessa minaccia che ritroveremo, secoli più tardi, nella congiura contro le armi del manoscritto Folger e dell’Enchiridion. Nessuna fonte collega esplicitamente l’incisione del Tau al saccheggio del 1237: è un collegamento che proponiamo qui per la prima volta, sulla sola base della coincidenza tematica e cronologica.
Fase rinascimentale: gli abati commendatari e il cardinale de’ Medici, 1475-1522
Tra il 1487 e il 1501, l’abate commendatario di Morimondo fu il cardinale Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e futuro papa Leone X. Sotto la sua guida l’abbazia visse una fase di rinnovamento: la ricostruzione del chiostro tra il 1475 e il 1480, l’affresco attribuito al Luini nel 1515, e il coro ligneo del 1522. Se l’incisione dell’architrave appartenesse a questa fase, risalirebbe a circa centotrenta anni prima dell’Enchiridion.
Fase secentesca: l’abate Antonio Libanorio, 1648-1652
Una terza finestra riguarda l’abbaziato di Antonio Libanorio, descritto dalle fonti come artefice, nel 1650, di un’iscrizione basata su una pergamena chiaramente manomessa: un abate con una comprovata propensione a costruire, o reinventare, il prestigio storico dell’abbazia.
Se l’incisione risalisse a questa fase, sarebbe di appena una quindicina d’anni successiva alla prima edizione a stampa dell’Enchiridion. Con i dati oggi disponibili non è possibile scegliere con certezza tra queste tre ipotesi.
Il rosone: la prima pista esplorata in questa ricerca
Sulla facciata occidentale dell’abbazia si apre un rosone circolare attraversato da una croce lapidea. In un preciso periodo dell’anno, legato al calendario liturgico dell’abbazia, il fascio di luce proiettato dal rosone attraversa la navata fino all’area dell’altare maggiore, un fenomeno osservato personalmente nel corso di questa ricerca.
La ruota a quattro raggi del simbolo è definita dalla stessa Fondazione simbolo del sole, e l’abbazia possiede un rosone che produce un reale fenomeno di luce solare verso l’altare.
Fu questa la prima ipotesi da cui è partita la ricerca: che il cerchio del simbolo alludesse, fin dalla sua prima incisione, al fenomeno luminoso del rosone. È rimasta, dichiaratamente, un’ipotesi non confermata da alcuna fonte, ed è il punto di partenza narrativo di questa ricerca, non una sua conclusione. Infatti anche questa pista ci ha spinto ad abbandonarla quasi subito.
Le scoperte successive, che il resto di questo articolo ricostruisce in ordine, hanno condotto altrove: verso una famiglia di simboli apotropaici europei che nessuno, prima d’ora, aveva collegato a Morimondo.
Dalle pietre di Morimondo alla Francia: la pista di Morimond
Per comprendere l’origine del simbolo è necessario ricordare che l’Abbazia di Morimondo appartiene alla grande rete cistercense sviluppatasi nel XII secolo secondo un principio di filiazione: ogni nuova abbazia era figlia di una casa madre.
La filiazione cistercense da Cîteaux a Morimond fino a Morimondo
Nel 1098 viene fondata l’Abbazia di Cîteaux; pochi anni dopo nascono le quattro grandi abbazie madri, tra cui Morimond, fondata intorno al 1115. Fu proprio da Morimond che, il 4 ottobre 1134, partirono i monaci fondatori destinati a insediarsi, due anni più tardi, nel sito definitivo di Morimondo, in Lombardia. Secondo la ricostruzione della Soprintendenza lombarda, fu lo stesso san Bernardo di Chiaravalle a prendere accordi diretti per questa fondazione.
La Croce di Morimond: una pista che non ha restituito nulla
Alla tradizione dell’abbazia francese è associata una particolare croce, nota come Croce di Morimond, con struttura floreale a otto petali e la scritta MORS, abbreviazione di mori mundo, morire al mondo. Questa croce è documentata anche in un filone di letteratura simbolico-esoterica indipendente, che la associa ad altre abbazie cistercensi europee. Va detto con chiarezza: questa pista, pur seguita con attenzione, non ha restituito alcun collegamento diretto con il simbolo di Morimondo.
La Croce di Morimond e il nostro Tau sono due segni distinti, appartenenti entrambi alla tradizione cistercense in senso lato, ma senza alcuna parentela grafica o documentaria dimostrabile tra loro.
La distruzione di Morimond e la nascita dell’Enchiridion Leonis Papae
Per oltre quattro secoli Morimond fu uno dei principali centri spirituali dell’Ordine cistercense. Poi, nel 1572, le guerre di religione francesi la coinvolsero in una prima devastazione, con la dispersione di biblioteche e archivi.
È in questo stesso torno di anni che comincia a circolare l’Enchiridion Leonis Papae, presentato come un antico dono di papa Leone III a Carlo Magno, ma considerato dagli studi moderni uno pseudepigrafo.
Nel 1636, durante la Guerra dei Trent’anni, Morimond viene nuovamente colpita, e la comunità è costretta ad abbandonare il monastero. La nostra ricerca individua qui una coincidenza cronologica difficile da ignorare, senza per questo affermarla come prova di causa ed effetto: la dispersione di uomini, libri e tradizioni da una delle principali abbazie cistercensi d’Europa avviene proprio negli stessi decenni in cui prende forma un’opera di formule di protezione destinata a diffondersi in tutto il XVII secolo.
Una pista soltanto, non una prova: nel gennaio del 1679 il nome dell’Enchiridion compare nell’Affare dei Veleni, il celebre processo parigino. Tra gli oggetti sequestrati a Marie Bosse viene rinvenuta una copia dell’Enchiridion, episodio che dimostra quanto la sua fama fosse diffusa in circuiti religiosi, popolari e magico esoterici, ma che non aggiunge nulla di più al percorso di questa ricerca.
Il Tau riconsiderato: da un’ipotesi scartata a un carattere composito
Nel corso della ricerca, il centro dell’indagine si è progressivamente spostato dal simbolo scolpito nella pietra lombarda a un oggetto più specifico: il Tau particolare disegnato all’interno dell’Enchiridion Leonis Papae, accompagnato dalla formula “Per signum Domine Tau, libera me”.
Una prima lettura del glifo lo aveva identificato con il Tau-Rho, il cristogramma paleocristiano noto anche come staurogramma, formato dalla legatura delle lettere greche Tau e Rho. Un esame più attento ha imposto di correggere questa interpretazione: il Tau-Rho è un simbolo diverso, ben catalogato, privo dell’innesto laterale a ruota e dell’ansa terminale che caratterizzano il nostro segno.
È stato proprio abbandonando questa prima ipotesi, e ripartendo dalla forma materiale del segno invece che da un’interpretazione preconfezionata, che la ricerca ha potuto spingersi fino a due testimoni assai più antichi di quanto ci si aspettasse.
Il simbolo reale, isolato dalla sua prima e scartata identificazione, è una grande struttura verticale a forma di Tau, con un piccolo elemento circolare o crociforme laterale e una grande ansa ricurva nella parte inferiore destra: l’aspetto di un carattere composito, quasi un monogramma, non di una normale lettera Tau decorata.
La xilografia di Augsburg, ca. 1473
Il testimone più antico individuato finora non proviene né dall’Inghilterra né dalla Francia, ma dalla Germania.
Il Pestblatt di Augsburg e il Tau apotropaico contro la peste
Si tratta di un Pestblatt, un foglio a stampa contro la peste, prodotto ad Augsburg intorno al 1473, oggi conservato alla Francis A. Countway Library of Medicine di Harvard. ( qui il link )
Il foglio riporta l’immagine dei santi protettori dalla peste, Sebastiano e Rocco, databile alla grande epidemia che colpì la città tra il 1472 e il 1474. Lo storico Erik A. Heinrichs, che ha analizzato il foglio, descrive un piccolo simbolo inserito nella lettera “O” iniziale della preghiera a san Rocco come una forma che richiama la croce a Tau, ma con alcune aggiunte inconsuete, collegandolo a un simbolo apotropaico noto contro la peste.
Qui sotto il TAU “particolare” che richiama, un possibile tramando di questo simbolo già nel 1473
Un testimone antico, ancora da confermare nei dettagli
La risoluzione della riproduzione oggi disponibile non permette di confermare con certezza se questo esemplare presenti la stessa ansa terminale a spirale che caratterizza Morimondo, il Folger e l’Enchiridion.
Lo trattiamo come un testimone antico, la cui piena corrispondenza con il nucleo compositivo resta da confermare. L’autore o l’incisore restano, a oggi, anonimi.
Ma il dato cronologico resta significativo: un secolo intero prima del manoscritto Folger, la stessa combinazione di base compare già in un contesto di protezione da una minaccia mortale.
Il manoscritto Folger V.b.26
Un secondo testimone, questa volta con una corrispondenza visiva piena e diretta, riguarda un manoscritto conservato alla Folger Shakespeare Library di Washington, catalogato come V.b.26.
Il manoscritto Folger V.b.26: un Tau più antico dell’Enchiridion
La Folger lo data al periodo 1577-1583. È un manoscritto del pieno Cinquecento inglese, elisabettiano, precedente di almeno un anno alla più antica edizione a stampa oggi conosciuta dell’Enchiridion, datata 1584. ( qui il link ) lo si trova a pagina 21 del manoscritto.
Il manoscritto è oggi noto anche come Book of Oberon, ed è stato pubblicato integralmente nel 2015 da Daniel Harms, Joseph Peterson e James Clark. Raccoglie materiali eterogenei: parti dell’Heptameron, dell’Arbatel de magia veterum, del Sepher Raziel, dell’Enchiridion, e una versione della Chiave di Salomone.
Ed è proprio in questo manoscritto che è stato individuato il nostro Tau nella sua forma più completa: un confronto diretto, non una somiglianza riportata da terzi. Abbiamo dunque, in sequenza, tre testimonianze che precedono o accompagnano la fissazione tipografica del simbolo: intorno al 1473 ad Augsburg, con corrispondenza ancora da confermare, tra il 1577 e il 1583 nel manoscritto Folger, con corrispondenza piena, e nel 1584 nella prima edizione a stampa dell’Enchiridion.
Il confronto diretto tra il Tau di Morimondo e quello del Folger
Messo a confronto con il calco dell’incisione di Morimondo, il Tau del Folger ne condivide la struttura in modo che va ben oltre la semplice appartenenza a un tipo iconografico comune: l’asta verticale slanciata, l’innesto laterale a metà del gambo, l’elemento elaborato nella parte inferiore.
Non un’affinità generica tra due croci a Tau, ma una parentela specifica tra due esecuzioni dello stesso schema compositivo complesso.
La formula e la congiura contro le armi
Nel Folger il Tau è associato alla formula per signum domine tau libera me, ripresa nell’Enchiridion a stampa come Per signum Domine Tau, libera me. Subito dopo si apre una lunga congiura contro le armi: spade, coltelli, asce, lance, chiodi.
La formula richiama poi gli strumenti della Passione di Cristo: la lancia di Longino, i tre chiodi, la graticola di san Lorenzo, la spada di san Paolo. Il celebre studioso Arthur Edward Waite, nel suo Book of Ceremonial Magic del 1911, conferma indipendentemente questo stesso passaggio, descrivendolo come una congiura pensata per proteggere da ferite causate da qualsiasi arma d’acciaio.
Un impianto testuale condiviso, non solo un Tau
Nel manoscritto Folger compare, poco dopo la congiura contro le armi, l’affermazione secondo cui quelle stesse parole sarebbero quelle che papa Leone mandò a Carlo Magno: l’intera impalcatura pseudepigrafa dell’Enchiridion esisteva già, per intero, nel manoscritto inglese degli anni Settanta del Cinquecento.
Nella stessa pagina compare anche una formula di sicura origine liturgica, per signum crucis de inimicis nostris libera nos deus noster, il Communio della festa dell’Esaltazione della Santa Croce: il copista conosceva e trascriveva fianco a fianco la formula ufficiale della Chiesa e la sua variante personale legata al Tau.
Chi copiò da chi: un problema ancora aperto
Il fatto che il Folger sia datato 1577-1583 e l’Enchiridion sia stato stampato nel 1584 non dimostra automaticamente che il secondo derivi dal primo.
Tre ipotesi sulla trasmissione del testo
Restano almeno tre possibilità aperte.
La prima è che sia esistita una versione dell’Enchiridion precedente al 1584, oggi perduta, da cui deriverebbero entrambi i testimoni.
La seconda è che derivino da una fonte manoscritta comune, anch’essa perduta.
La terza è che il nucleo condiviso non sia un singolo testo scritto, ma una tradizione orale o semi manoscritta di formule apotropaiche, diffusa in ambienti diversi e fissata indipendentemente in momenti diversi.
Le formule apotropaiche e la generazione mancante
Non abbiamo ancora trovato l’origine assoluta.
Abbiamo però trovato testimoni molto più antichi di quanto si credesse, e questo sposta l’intera cronologia della ricerca almeno una generazione indietro rispetto al punto di partenza, e forse di oltre un secolo, se la pista di Augsburg sarà confermata nei dettagli.
Le radici bibliche e teologiche del Tau protettivo
Per capire perché un segno come questo potesse avere una funzione apotropaica, occorre risalire ben oltre il Cinquecento.
La radice biblica è Ezechiele 9,4, dove il Tau viene posto sulla fronte dei giusti come segno di distinzione, perché siano risparmiati dal castigo. Nella tradizione cristiana medievale il Tau viene poi identificato con la croce di Cristo stessa, prima ancora e indipendentemente dall’Enchiridion.
Questo spiega la funzione apotropaica del Tau in generale, ma non ancora la grafica specifica del nostro carattere composito: per questo la ricerca si è rivolta a un secondo filone.
Le measured crosses inglesi e Harley Roll T.11
Harley Roll T.11 e la tradizione delle birth girdles inglesi
Tra il XIV e il XVI secolo circolarono in Inghilterra rotoli di pergamena, indossati dalle donne in travaglio, che riproducevano una croce a Tau “misurata”, teoricamente proporzionata all’altezza reale di Cristo.
Uno degli esempi meglio studiati è conservato alla British Library con la segnatura Harley Roll T.11.
La letteratura accademica più recente, in particolare il lavoro di Mary Morse (2024) e gli studi di Katherine Storm Hindley per il Courtauld Institute, descrive le funzioni di queste croci misurate: protezione contro gli spiriti maligni, contro i nemici, contro tuoni e fulmini, contro learmi, e persino contro la morte improvvisa senza confessione.
Un confronto grafico con il Tau di Morimondo
Un confronto grafico diretto tra il Tau di Harley Roll T.11 e il nostro carattere composito porta a una conclusione netta: il Tau delle birth girdles è più semplice, spesso vuoto, privo della struttura interna elaborata che caratterizza il Tau di Morimondo, del Folger e dell’Enchiridion.
Resta un precedente concettuale prezioso, non la fonte grafica diretta del nostro simbolo specifico.
La pista siciliana del 1623 e il Liber Iuratus
Il processo di stregoneria siciliano del 1623
Una pista geografica interessante, ancora da verificare direttamente sugli atti originali, riguarda un processo di stregoneria siciliano del 1623, studiato da Gaetano Millunzi e Salvatore Salomone Marino in un lavoro pubblicato nel 1900.
Gli editori del Book of Oberon segnalano un possibile parallelo tra la congiura contro le armi del Folger e determinate pagine di quel processo. Resta un’ipotesi da verificare con un esame diretto degli atti, non ancora una prova acquisita.
Il Liber Iuratus e la cultura grafica dei sigilli magici
Un secondo ambiente da tenere presente, senza affermare una derivazione diretta, è il Liber Iuratus, o Sworn Book of Honorius, uno dei grimori medievali più antichi e influenti.
Non vi si trova il nostro Tau specifico, ma esattamente il tipo di cultura grafica in cui una figura come la nostra potrebbe essersi formata: croci, nomi divini, caratteri, sigilli, lettere trasformate in segni.
Cistercensi, benedettini e la “magia cristiana”: cosa è documentato e cosa resta ipotesi
A questo punto della ricerca è necessario affrontare un tema che il pubblico moderno tende a immaginare estraneo al mondo monastico, e che invece gli appartiene in modo documentato.
La Chartula di san Francesco: un amuleto di preghiera
Lo storico Don C. Skemer, nel suo Binding Words: Textual Amulets in the Middle Ages, documenta una vasta tradizione medievale di amuleti testuali: preghiere, esorcismi e formule scritte su pergamena o carta, piegate e portate sul corpo.
Il caso più celebre è quello di san Francesco d’Assisi: la sua Chartula del 1224, una piccola pergamena con le Laudes Dei Altissimi e la benedizione a frate Leone, oggi conservata nel Sacro Convento di Assisi, viene definita esplicitamente da Skemer un prayer amulet, un amuleto di preghiera.
I billets magiques dei cappuccini, 1712
Una testimonianza del 1712, riportata dallo storico svizzero Abraham Ruchat nella sua opera Les délices de la Suisse, racconta come, durante la Guerra di Successione Spagnola, i cappuccini distribuissero ai soldati billets magiques, amuleti stampati e approvati da papa Urbano VIII, che secondo la testimonianza proteggevano da ogni male chi li portava con sé.
Un secondo riscontro dell’epoca, indipendente da Ruchat, si trova nel Manuale exorcistarum, ac parochorum di Candido Brognolo (Venezia, 1714).
Il Breverl bavarese e il Pestkreuz
Nel mondo di lingua tedesca circolava, soprattutto nel XVIII secolo, il Breverl: un piccolo pacchetto devozionale piegato, prodotto tradizionalmente nei conventi per essere venduto ai visitatori, contenente preghiere, benedizioni, immagini di santi e piccoli oggetti apotropaici.
Un Breverl conservato alla Bridwell Library contiene un Pestkreuz, una croce contro la peste, insieme a immagini di Francesco d’Assisi, Antonio da Padova e Giovanni Nepomuceno.
Uno studio del Museo Nazionale della Slovenia sui Breverl conferma il fenomeno su base più ampia, e segnala che alcuni esemplari includevano perfino croci di Caravaca, un diverso tipo di croce protettiva a doppio braccio, distinta dal nostro Tau ma appartenente allo stesso ambito di cultura materiale della protezione.
Una catena di continuità, non ancora una genealogia dimostrata
Non diciamo che “i frati facevano magia”: sarebbe un’affermazione generica e facilmente attaccabile. La tesi più solida, e quella che questa ricerca sostiene, è che gli ambienti monastici e conventuali cristiani parteciparono alla produzione e alla trasmissione di una cultura materiale della protezione, nella quale preghiere, benedizioni, nomi sacri e immagini venivano trasformati in dispositivi portatili contro malattia e pericolo.
La catena che possiamo tracciare va dalla Chartula di Francesco, agli amuleti testuali medievali, ai billets e Schutzbriefe di età moderna, fino al Breverl conventuale con il suo Pestkreuz, e da qui agli scapolari e ai Pestblätter che questa ricerca ha analizzato.
Non è ancora una genealogia diretta e dimostrata passaggio per passaggio, ma una continuità di forma, funzione e linguaggio apotropaico cristiano che riteniamo, con onestà, molto solida.
Per quanto riguarda specificamente l’ambiente cistercense, la tradizione storiografica più recente non ha ancora fornito una prova diretta e circostanziata della produzione di talismani o sigilli apotropaici da parte della comunità monastica in quanto tale.
Quello che è storicamente solido è il contesto generale: gli ambienti monastici, cistercensi compresi, possedevano biblioteche, competenze linguistiche e familiarità con il sacro che li rendeva, in linea di principio, un terreno compatibile con la produzione di questo tipo di materiale, come lo storico Richard Kieckhefer ha documentato per il più ampio “sottobosco clericale” europeo nel suo Magic in the Middle Ages (1989).
Il gemello ottocentesco: Éliphas Lévi e Le Thau Sacré
Éliphas Lévi e Le Thau Sacré ou la Clef Universelle
Éliphas Lévi, pseudonimo di Alphonse Louis Constant, è tra i più influenti occultisti francesi dell’Ottocento. Nel 1860 compose un manoscritto, pubblicato postumo nel 1895 con il titolo Clefs Majeures et Clavicules de Salomon.
All’interno compare una sezione dal titolo significativo: Le Thau Sacré ou la Clef Universelle, il Tau Sacro, ovvero la Chiave Universale.
Il glifo mostra ancora lo stesso nucleo compositivo di fondo: un Tau, una ruota crociata satellite sul fianco sinistro, un elemento sul lato destro, e alla base una sequenza più elaborata terminante in una spirale.
Dal Folger a Lévi: la linea di trasmissione
Un nucleo simbolico che attraversa, pur con le sue trasformazioni, quasi quattro secoli di storia, da un possibile precedente tedesco del Quattrocento fino a Lévi nel 1860, smette di essere un’anomalia isolata e diventa una linea di trasmissione culturale, con tappe verificabili e datate.
Gli scapolari e le incisioni devozionali bavaresi
Il foglio di Landshut e la formula contra maleficia et pestem
Nella collezione della Wellcome Collection di Londra si trovano tre incisioni imparentate tra loro, legate al convento orsolino di Landshut, in Baviera: croci devozionali con la Trinità, la Vergine e diversi santi, accompagnate dalla formula In virtute huius signi tau, quo signati fuerunt Israel in morbe… Deus noster amen, seguita da Contra Malefitia et Pestem, Contra Ignem et Tempestates.
Una di queste, verificata tramite ingrandimento fotografico diretto, mostra il nostro monogramma inciso come piccolo sigillo marginale accanto al testo, non come elemento ripetuto per pura simmetria decorativa.
Vilnius, 1757: l’incisione di Piotrowski
Un ulteriore testimone proviene dall’area polacco-lituana: un’incisione su lastra di rame di Jan Onufry Piotrowski, datata 1757, pubblicata a Vilnius e oggi conservata al Museo Nazionale di Cracovia.
Il foglio riporta la stessa formula, con l’aggiunta esplicita del fulmine tra le minacce (A peste, fulgure, igne, et omni malo, libera nos Domine).
Anche qui, verificato tramite ingrandimento diretto, il nostro monogramma compare come sigillo specifico, distinto dagli altri simboli decorativi della stessa composizione, che è costruita attorno a una croce patriarcale a doppio braccio, la stessa tipologia generale, ma non la stessa tradizione, della più nota Croce di Caravaca.
Calle Gradisca, Venezia: un caso italiano ancora aperto
Un’ultima scoperta merita di essere segnalata con la massima cautela, perché a differenza di ogni altro testimone qui raccolto non è accompagnata da alcun testo esplicativo.
A Venezia, in Calle Gradisca (civico 984), un’incisione su architrave mostra un simbolo strutturalmente identico al nostro: barra superiore, ruota crociata a sinistra con quattro settori nettissimi, e un’ampia voluta unica alla base.
Le fonti locali che descrivono questo specifico architrave non sono concordi: Alberto Rizzi, nel suo Scultura Esterna a Venezia, lo classifica come un segno mercantile; un’altra fonte online propone invece che raffiguri Abraxas, la divinità gnostica.
Nessuna delle due letture è sostenuta da una fonte primaria conclusiva, e nessuna delle due menziona una funzione protettiva cristiana. Non essendoci alcun testo accanto al simbolo, questo caso resta, per onestà, il più debole tra quelli qui raccolti: una somiglianza visiva molto forte, priva però del riscontro testuale che ha reso solidi tutti gli altri.
Lo segnaliamo comunque, perché il quartiere di Calle Gradisca, storicamente legato alla lavorazione della lana, non esclude che si tratti di un monogramma mercantile la cui forma ricorda, per pura coincidenza compositiva, il nostro schema.
Una verifica d’archivio sulle iniziali del proprietario dell’edificio potrebbe chiarire la questione in futuro.
Noi crediamo che possa invece trattarsi del simbolo che discende dalla stessa famiglia del simbolo dell’Abbazia di Morimondo.
Lo vedete quanto esso sia davvero simile?
Catalogo cronologico dei testimoni, dal più antico al più recente
Per chiarezza, riportiamo qui tutti i testimoni individuati in questa ricerca, in ordine cronologico dal più antico al più recente, con il relativo grado di certezza.
Circa 1473, Augsburg, Germania. Pestblatt con Tau dalle “aggiunte inconsuete” (Heinrichs). Corrispondenza compatibile, dettaglio dell’ansa non confermato per limiti di risoluzione.
1577-1583, Inghilterra. Manoscritto Folger V.b.26. Corrispondenza piena e confermata.
1584, luogo di stampa non meglio precisato. Prima edizione a stampa dell’Enchiridion Leonis Papae. Corrispondenza piena e confermata.
1633. Seconda edizione dell’Enchiridion Leonis Papae. Corrispondenza piena e confermata.
Databile approssimativamente dopo il 1680, Landshut, Baviera. Tre incisioni devozionali della Wellcome Collection. Corrispondenza confermata su almeno un esemplare tramite ingrandimento diretto.
1757, Vilnius. Incisione di Jan Onufry Piotrowski. Corrispondenza confermata tramite ingrandimento diretto.
1860, Francia. Éliphas Lévi, Le Thau Sacré ou la Clef Universelle. C
orrispondenza piena e confermata. Datazione non nota, Venezia. Incisione di Calle Gradisca, civico 984. Corrispondenza visiva forte, priva di riscontro testuale.
Due piste, una scoperta: separare cosa è provato da cosa è ipotesi
Questa indagine ha seguito, di fatto, due piste indipendenti, che riguardano lo stesso simbolo ma rispondono a domande diverse.
La pista architettonica del simbolo dell’Abbazia di Morimondo
La prima pista è architettonica: riguarda cosa il simbolo potesse rappresentare per i costruttori di Morimondo, in una delle tre fasi edilizie possibili. È qui che si colloca l’ipotesi, dichiaratamente personale, di un possibile movente storico nel saccheggio del 1237.
La pista testuale del Tau apotropaico
La seconda pista è testuale: riguarda la sopravvivenza del simbolo attraverso i secoli, da un possibile precedente di Augsburg fino a Lévi, come sigillo apotropaico.
Questa seconda pista poggia oggi su un impianto di fonti comparabile e concorde, distribuito su un arco di quasi quattro secoli. Ma questa seconda pista non dimostra e non conferma in alcun modo la prima. Il fatto che il simbolo sia stato riutilizzato come formula di protezione tra Quattrocento e Ottocento non dice nulla su cosa rappresentasse per i monaci cistercensi, in qualunque secolo l’abbiano scolpito.
Sintesi della ricerca: fatti, ricostruzioni e ipotesi aperte
Ciò che è documentato
L’esistenza del simbolo in più punti dell’Abbazia di Morimondo e la sua adozione come logo ufficiale, con relativa dichiarazione dell’assenza di fonti scritte antiche; la filiazione cistercense da Cîteaux a Morimond fino a Morimondo, datata al 4 ottobre 1134; le fasi edilizie del 1182-1296, del 1475-1522 e del 1648-1652; i saccheggi di Morimondo nel 1161 e nel 1237; le due distruzioni di Morimond in Francia nel 1572 e nel 1636; il Pestblatt di Augsburg; il manoscritto Folger V.b.26; le due edizioni dell’Enchiridion; le incisioni di Landshut e quella di Vilnius del 1757; l’opera di Éliphas Lévi; la Chartula di san Francesco come amuleto di preghiera documentato da Skemer; la testimonianza di Ruchat del 1712 sui billets magiques dei cappuccini; il Breverl con Pestkreuz della Bridwell Library.
Ciò che è plausibile ma non dimostrato
Che il simbolo del Folger, dell’Enchiridion e quello di Lévi derivino da un archetipo intermedio oggi perduto; che il Pestblatt di Augsburg attesti un ramo più antico della stessa tradizione; che esista una continuità genealogica diretta, e non solo di forma e funzione, tra la Chartula di Francesco, i billets magiques e i Pestblätter; che l’incisione di Calle Gradisca a Venezia appartenga alla stessa famiglia, in assenza di un riscontro testuale.
Ciò che resta ipotesi personale aperta al confronto
Che il saccheggio del 1237 sia stato il movente storico dietro la prima incisione del simbolo; che la direzione della trasmissione sia andata da Morimondo verso l’Europa e non viceversa; che i monaci cistercensi abbiano avuto un ruolo attivo nella produzione di materiale apotropaico, ipotesi coerente con il fenomeno del sottobosco clericale ma non provata da un riscontro archivistico specifico su Morimondo.
Il significato del simbolo dell’Abbazia di Morimondo
Arriviamo così alla domanda con cui si apre il titolo di questo lavoro: qual è il significato del simbolo dell’Abbazia di Morimondo? Non stiamo parlando di un simbolo generico.
Stiamo parlando di una composizione specifica e rara, che questa ricerca non ha trovato replicata in nessun altro repertorio iconografico cristiano medievale consultabile, se non nei testimoni qui presentati, in ognuno dei quali il segno compare accompagnato da una formula di protezione esplicita, mai come puro ornamento.
Per questo motivo, riteniamo che il simbolo dell’Abbazia di Morimondo appartenga a una tradizione apotropaica cristiana: un segno di protezione, non un semplice motivo decorativo o un monogramma privo di funzione.
È la lettura che il rasoio di Occam favorisce, tra quelle oggi disponibili: più economica ed elegante del pensare che il simbolo sia nato a Morimondo per ragioni del tutto estranee a quella tradizione, per poi confluirvi per puro caso.
Non è una certezza assoluta, e non la presentiamo come tale. Nessuna fonte diretta ci dice cosa i monaci di Morimondo intendessero, nel momento preciso in cui scolpirono per la prima volta quella pietra.
Questa resta, dichiaratamente, la nostra lettura, sostenuta da cinque anni di ricerca e da fonti verificate una per una.
Chi ritiene di poter offrire una spiegazione diversa, e più solida, è benvenuto a farlo: è quello che rende viva la ricerca storica, ed è quello che ci auguriamo accada anche a partire da questo lavoro.
Quello che possiamo dire con certezza è che un simbolo che la stessa Abbazia dichiarava isolato, senza padre né discendenza scritta, non è affatto solo. Ha una famiglia, dispersa nel tempo e nello spazio, che nessuno, prima di questa ricerca, aveva mai messo insieme.
Ovviamente i commenti sono benvenuti.
[ Ultimo aggiornamento: 19/09/2026]Tau Magister I°
con la collaborazione di
Sophia A.
Michael A.










