Il simbolo dell’Abbazia di Morimondo… e i suoi gemelli ritrovati!
C’è un simbolo importante che è entrato nella nostra ricerca di quest’estate 2026.
Il simbolo dell’Abbazia di Morimondo, che nessuno è mai riuscito a spiegare fino in fondo.
Una ricerca che si è conclusa nell’estate 2026 ma è durata per ben 5 anni!
Abbiamo molto da dire, perchè abbiamo scoperto cose molto, molto interessanti sulla possibile origine del Simbolo dell’Abbazia.
Il simbolo non è nascosto: compare all’ingresso, sui documenti ufficiali, in ogni comunicazione della Fondazione che oggi custodisce il complesso.
È, letteralmente, il logo dell’ente. Eppure quando si prova a capire da dove venga davvero, e cosa significasse per i monaci che per primi lo scolpirono, la stessa Fondazione ammette, sul proprio sito, di non possedere alcuna fonte scritta antica capace di chiarirlo.
Questa ricerca nasce da quella ammissione. Non dalla domanda “cos’è questo simbolo”, perché quello, in parte, lo sappiamo già dagli stessi custodi dell’abbazia. La domanda vera è un’altra: esiste, da qualche parte nella storia europea, un riscontro che nemmeno chi vive l’abbazia ogni giorno ha mai trovato?
A quanto pare SI! Vi prego di leggere bene fino in fondo, perchè la ricerca vi può aiutare a capire di più su questo simbolo.
Innanzitutto, si tratta di una ricerca lunga, documentata e condotta con metodo: nel corso del lavoro abbiamo incrociato la documentazione ufficiale dell’Abbazia e della Fondazione, studi accademici sull’Ordine cistercense e sulla magia religiosa medievale, diverse copie a stampa e manoscritte dell’Enchiridion Leonis Papae, e anche la letteratura simbolico-esoterica moderna, a partire dalla stessa opera di Éliphas Lévi, che da secoli continua a occuparsi di questi segni.
Abbiamo infine individuato due testimoni che nessuno, a nostra conoscenza, aveva mai messo in relazione con il simbolo dell’Abbazia di Morimondo: un manoscritto magico inglese conservato alla Folger Shakespeare Library di Washington, più antico di qualunque edizione a stampa dell’Enchiridion finora conosciuta, e una xilografia tedesca, ANCORA PIU’ ANTICA, un foglio contro la peste stampato ad Augsburg intorno al 1473.
È lì che abbiamo trovato quello che, con la cautela che il caso richiede, possiamo chiamare i gemelli del simbolo dell’abbazia di Morimondo. Gemelli con tanto di immagine, disegnata a penna o incisa a stampa, che chiunque può ora confrontare con l’incisione lombarda.
Il metodo resta quello con cui avevamo aperto questa indagine fin dal principio: distinguere sempre ciò che è confermato dalle fonti da ciò che è ricostruzione plausibile, e da ciò che resta, dichiaratamente, ipotesi personale aperta al confronto.
Non è nostra intenzione presentare questa ricerca come verità assoluta: lo diciamo qui, all’inizio, e lo ripeteremo ogni volta che sarà necessario lungo il testo.
È una disciplina lenta, meno spettacolare di una rivelazione definitiva, ma è l’unica che permette a una scoperta come questa di reggere allo sguardo di chi la leggerà con occhio critico.
Un segno che l’Abbazia stessa non sa spiegare
Chi visita l’Abbazia di Morimondo si lascia difficilmente sfuggire la purezza dell’architettura cistercense, quella sobrietà severa che è uno dei tratti fondativi dell’Ordine nato a Cîteaux alla fine dell’XI secolo.
In un contesto dove nulla è lasciato al caso, un segno inciso ripetutamente in punti diversi del complesso, e poi scelto come emblema dell’istituzione che oggi lo tutela, merita un’attenzione che, sorprendentemente, nessuno sembra avergli mai dedicato fino in fondo.

L’abbazia di Morimondo
La pagina ufficiale della Fondazione descrive il simbolo dell’Abbazia di Morimondo come la fusione di tre elementi. Una tau verticale molto slanciata, che termina in basso con due ricci allungati, paragonati dalla Fondazione stessa a radici o viticci.
Una tau orizzontale più piccola, innestata a metà del gambo, sul lato destro. E un cerchio a quattro raggi, simile a una ruota, in posizione opposta, sul lato sinistro.
La lettura teologica proposta è coerente con la spiritualità cistercense. La Tau verticale rappresenterebbe Cristo mediatore tra cielo e terra, richiamando la parabola evangelica della vite e dei tralci di Giovanni 15,5.
La Tau orizzontale, come un tralcio che si stacca dal tronco, rappresenterebbe l’esperienza monastica innestata in Cristo. Il cerchio a quattro raggi viene definito esplicitamente dalla Fondazione “simbolo del sole e della vita e dello spazio claustrale a quattro lati”. Nel complesso, la vita del monaco avrebbe senso solo se costantemente riferita alla vita di Cristo Risorto, redentore e luce del mondo.
È una lettura solida sul piano teologico. Ma la stessa pagina, subito dopo averla esposta, ammette l’assenza di qualunque fonte scritta antica capace di confermarla, e colloca la versione più antica del simbolo, con la cautela di un “sembra essere” che vale la pena sottolineare per onestà metodologica, nell’incisione sull’architrave della porta tra la chiesa e il chiostro: esattamente il punto da cui è partita questa ricerca.

a sx: simbolo ricalcato digitalmente dalla pietra originale a dx: simbolo originale con buon chiaroscuro
Anatomia di un segno raro
Osservando il calco fedele dell’incisione originale, la composizione si lascia scomporre in tre blocchi lungo un unico asse verticale, gli stessi tre elementi descritti dalla Fondazione, ma con dettagli che vale la pena registrare con precisione, perché saranno decisivi più avanti nel confronto con le altre fonti.
L’elemento superiore è il Tau, l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, adottata molto presto dalla tradizione cristiana come segno di protezione. Il riferimento biblico più noto è il Libro di Ezechiele, capitolo 9, dove i fedeli ricevono un Tau sulla fronte per essere risparmiati dal giudizio; lo stesso simbolo torna nell’Apocalisse come sigillo impresso sulla fronte degli eletti.
Nel simbolo di Morimondo la barra orizzontale termina con un piccolo uncino arrotondato, un dettaglio più scultoreo rispetto ai Tau da manoscritto o da fregio tipografico che incontreremo più avanti.
A metà del gambo si innestano i due elementi laterali. La ruota crociata non è centrata sull’asse verticale ma decentrata, con l’asse che l’attraversa nella metà destra e non nel centro geometrico, mentre il braccio della piccola Tau, sul lato opposto, protende verso l’esterno terminando con un profilo più marcato, quasi a punta.
È un dettaglio che, isolato, potrebbe sembrare un semplice terminale decorativo, ma che letto alla luce della descrizione ufficiale come “seconda Tau” acquista un senso più preciso: non un ornamento, ma un secondo segno di croce, complementare al primo.
La ruota, da parte sua, è tra i simboli più antichi dell’umanità, e rappresenta il movimento, il tempo, il ciclo delle stagioni, il cammino del sole. Nel cristianesimo medievale questa simbologia cosmica viene reinterpretata alla luce della Croce, ed è significativo che sia la Fondazione stessa, indipendentemente da qualunque nostra ipotesi, a definire questo elemento simbolo del sole.
L’estremità inferiore termina, secondo la descrizione ufficiale, in due piccole volute a spirale, simmetriche tra loro, ciascuna arrotolata su se stessa fino a un piccolo pallino terminale: quelle che la Fondazione descrive come simili a radici o viticci.
È proprio questa doppia voluta, come vedremo, ad assumere forme più marcatamente asimmetriche nelle versioni più tarde legate all’Enchiridion, dove una delle due si sviluppa in un’ansa piena, quasi a forma di lettera minuscola. In assenza di fonti che ne spieghino esplicitamente la funzione originaria, ci limitiamo a registrarne la presenza e la successiva trasformazione, senza attribuirle un significato che nessuna fonte conferma.
Dove si trova il simbolo di Morimondo, e quante volte
Un elemento spesso trascurato, ma decisivo per capire la natura di questo segno, è che non si tratta di un’incisione isolata. La Fondazione stessa dichiara che l’immagine adottata come logo si trova in più punti dell’Abbazia di Morimondo.
Le ricorrenze del simbolo dell’Abbazia di Morimondo nel complesso
Oltre all’architrave della porta tra chiesa e chiostro, indicato come la versione più antica, testimonianze dirette di visitatori e studiosi locali segnalano la presenza dello stesso simbolo, con lievi variazioni, in almeno altri punti del complesso: una versione inscritta in una cornice ottagonale nella porzione del coro ligneo, elemento datato nella storia ufficiale dell’abbazia al 1522; una versione molto sbiadita su un capitello della Sala Capitolare; una ricorrenza su una porta esterna del complesso, dato confermato anche da una fonte indipendente di catalogazione simbolica; e infine una riproposizione moderna sul portoncino di un locale attiguo al complesso, oltre naturalmente al suo utilizzo come logo ufficiale.
L’ansa a “b”: un’osservazione sul campo sul simbolo di Morimondo
Su quest’ultima ricorrenza, quella della porta esterna, il sopralluogo fotografico condotto nel corso di questa ricerca ha permesso un’osservazione ulteriore, che riportiamo con la cautela dovuta, come testimonianza diretta di chi si è recato sul posto, non come lettura fotografica pienamente dimostrata: le due volute terminali, in questo esemplare, non appaiono simmetriche come nella descrizione ufficiale, ma nettamente diseguali, con una delle due sviluppata in un’ansa piena che ricorda, nella forma, una lettera minuscola “b”.
ATTENZIONE: Lo stesso tratto che caratterizza il Tau del Folger e dell’Enchiridion a stampa.
Un simbolo replicato nel tempo: cosa significa per la datazione
Va detto con chiarezza che alcune di queste segnalazioni provengono da testimonianze dirette e non da pubblicazioni scientifiche verificabili in modo indipendente: le riportiamo con la cautela che meritano.
Ma il quadro che ne emerge, un simbolo replicato in più fasi costruttive e in più ambienti dello stesso complesso, è coerente con l’ipotesi che questo segno non sia stato inciso una volta sola, in un unico momento, ma sia stato piuttosto riproposto nel tempo come emblema identitario dell’abbazia stessa, attraverso secoli e cantieri diversi.
Se questa lettura è corretta, cambia anche il modo in cui va posta la domanda sulla datazione: non in quale unico anno fu creato il simbolo, ma in quale momento fu creato per la prima volta, per poi essere volutamente ripreso, generazione dopo generazione, ogni volta che l’abbazia costruiva o restaurava qualcosa di nuovo.
Ed è proprio questo il fulcro della nostra scoperta.
Quando fu scolpito il simbolo: tre finestre temporali a confronto
Per la versione più antica, quella dell’architrave, la cronologia edilizia dell’abbazia offre tre finestre temporali plausibili, ciascuna con un grado diverso di supporto documentario.
Fase medievale: la costruzione della chiesa, 1182-1296
La chiesa abbaziale attuale fu costruita a partire dagli anni Ottanta del XII secolo, con conclusione entro la fine del XIII, secondo la ricostruzione della Soprintendenza lombarda basata su un’iscrizione riportata dal cronista secentesco Puccinelli.
È la finestra temporale più suggestiva, quella implicitamente assunta finora nella narrazione più diffusa sull’abbazia, ma nessuna fonte, a nostra conoscenza, documenta in modo specifico l’incisione del simbolo proprio in questa fase.
A questa finestra temporale, già la più suggestiva ma la meno documentata delle tre, si aggiunge ora un elemento che nessuna versione precedente di questa ricerca aveva preso in considerazione.
La pagina ufficiale della Fondazione dedicata alla storia dell’abbazia racconta che Morimondo, indipendentemente dalle ben note distruzioni della casa madre francese, subì due gravi battute d’arresto belliche proprio nel cuore di questa stessa fase costruttiva. Nel 1161 un primo saccheggio a opera delle truppe tedesche di Federico Barbarossa colpì il monastero.
Ma è l’evento del 3 dicembre 1237 il più significativo: quella notte le truppe pavesi devastarono il cenobio e uccisero molti dei monaci che vi risiedevano. La Fondazione stessa scrive che da allora la comunità non si rialzò più, e che il cantiere della chiesa, iniziato nel 1182, si concluse solo nel 1296, oltre mezzo secolo più tardi del previsto.
È a questo punto che ci sentiamo di proporre un’ipotesi, dichiaratamente personale e non supportata da alcuna fonte diretta, ma coerente con i fatti appena esposti.
Una comunità che aveva appena visto propri confratelli uccisi con le armi, proprio nel cuore della fase in cui, secondo la cronologia più suggestiva, l’incisione dell’architrave potrebbe essere stata realizzata, avrebbe avuto un movente storico concreto per scolpire, o rinnovare, un simbolo di protezione contro le armi: la stessa minaccia, spade, coltelli, asce, lance, chiodi, che ritroveremo, quasi quattro secoli più tardi, nella congiura contro le armi del manoscritto Folger e dell’Enchiridion.
Se questa lettura fosse corretta, indicherebbe una direzione precisa tra le due finora lasciate aperte: non un simbolo che arriva a Morimondo dall’esterno, in un momento imprecisato, ma un simbolo nato lì, dal proprio trauma, secoli prima che la stessa composizione riemerga in Inghilterra, in Germania e in Francia.
Resta, come per ogni altro passaggio di questa fase della ricerca, un’ipotesi aperta al confronto, non un fatto accertato: nessuna fonte collega esplicitamente l’incisione del Tau al saccheggio del 1237, ed è un collegamento che proponiamo qui per la prima volta, sulla sola base della coincidenza tematica e cronologica.
Fase rinascimentale: gli abati commendatari e il cardinale de’ Medici, 1475-1522
Qui la documentazione ufficiale della Fondazione è sorprendentemente precisa. Tra il 1487 e il 1501, l’abate commendatario di Morimondo fu il cardinale Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e futuro papa Leone X.
Sotto la sua guida, e in quella dei suoi successori commendatari, l’abbazia visse una fase di rinnovamento: la ricostruzione del chiostro tra il 1475 e il 1480, il rifacimento del portale della sacrestia, l’affresco della Madonna col Bambino attribuito al Luini nel 1515, e il coro ligneo del 1522, proprio l’ambiente dove, secondo le testimonianze raccolte, compare un’altra versione, ottagonale, dello stesso simbolo.
Se l’incisione dell’architrave appartenesse a questa fase, risalirebbe a circa centotrenta anni prima dell’Enchiridion Leonis Papae. Una coincidenza va segnalata e subito disinnescata, perché un lettore attento potrebbe notarla da solo: il committente di questa fase porta il nome, da papa, di Leone, lo stesso nome, Leone III, a cui l’Enchiridion viene falsamente attribuito come pseudepigrafo, secoli prima.
Non esiste alcuna prova di un legame reale tra i due: sono persone e secoli diversi, e la citiamo solo per onestà, non per suggerire un nesso che le fonti non sostengono.
Fase secentesca: l’abate Antonio Libanorio, 1648-1652
Una terza finestra, più speculativa ma non priva di indizi concreti, riguarda l’abbaziato di Antonio Libanorio. Le fonti documentarie lo descrivono come artefice, nel 1650, dell’apposizione di una lapide sulla facciata della chiesa basata su una lettura che gli studiosi moderni definiscono, testualmente, frutto di fantasiosi esercizi esegetici, e su una pergamena del 1188 chiaramente manomessa.
Si tratta, insomma, di un abate con una comprovata propensione a costruire, o reinventare, il prestigio storico dell’abbazia attraverso iscrizioni e simboli. Se l’incisione del simbolo risalisse a questa fase, sarebbe di appena una quindicina d’anni successiva alla prima edizione a stampa dell’Enchiridion, ribaltando completamente la direzione della trasmissione ipotizzata fin qui.
Con i dati oggi disponibili non è possibile scegliere con certezza tra queste tre ipotesi. Le presentiamo tutte e tre, con il diverso grado di supporto documentario che ciascuna possiede, lasciando al lettore, e a chi vorrà proseguire questa ricerca con una perizia diretta sulla pietra, la possibilità di stringere il cerchio.
Il rosone e la luce di Morimondo: un’ipotesi originale
Sulla facciata occidentale dell’abbazia si apre un rosone circolare attraversato da una croce lapidea. In un preciso periodo dell’anno, legato al calendario liturgico dell’abbazia (dedicata alla Natività di Maria, con dedicazione ufficiale del 1564 per opera di san Carlo Borromeo), il fascio di luce proiettato dal rosone attraversa la navata e, verso l’ora di chiusura serale, raggiunge l’area dell’altare maggiore: un fenomeno osservato personalmente nel corso di questa ricerca.

Il gioco di rifrazione del sole sull’altare
Per rispetto verso un luogo di culto ancora vivo, non riportiamo la data esatta.
A differenza di altri siti noti per fenomeni analoghi, come il rosone di Chartres, la Basilica di Collemaggio o le meridiane di Milano e Bologna, a Morimondo non esiste un dispositivo dedicato a segnare un giorno preciso: le ampie finestre dell’abbazia diffondono luce per gran parte della giornata durante tutto l’anno, il che rende il fenomeno meno dimostrabile in senso tecnico, ma non per questo meno reale.
I monaci cistercensi erano profondi conoscitori del computus, la disciplina che permetteva di calcolare il calendario liturgico attraverso l’osservazione astronomica. Non è una nostra suggestione isolata: l’architetta e storica dell’architettura Manuela Incerti, dell’Università degli Studi di Ferrara, ha dedicato buona parte della propria ricerca proprio agli allineamenti astronomici nell’architettura cistercense, tra i suoi lavori Il disegno della luce nell’architettura cistercense del 1999 e Solar geometry in Italian Cistercian architecture, pubblicato su Archaeoastronomy: The Journal of Astronomy in Culture nel 2002.
Non risultano studi accademici dedicati specificamente al rosone di Morimondo: li citiamo per mostrare che l’ipotesi di un progetto luminoso intenzionale nelle abbazie cistercensi è un filone di ricerca reale, non una nostra invenzione.
San Bernardo, la sobrietà e il Sol Iustitiae
Per comprendere perché la luce, in un’abbazia cistercense, non fosse un semplice effetto architettonico, bisogna ricordare quanto fosse radicale, per l’epoca, la sobrietà voluta da san Bernardo di Chiaravalle.
Le chiese cistercensi, a differenza delle cattedrali gotiche o romaniche, sono deliberatamente prive di vetrate istoriate e di cicli di affreschi: ogni fronzolo, per usare un’espressione spesso associata al pensiero bernardino, avrebbe potuto distrarre l’anima dalla preghiera.
In un contesto così spoglio, la luce pura che attraversa un’apertura circolare diventa, per contrasto, l’unico elemento visivamente dominante concesso alla comunità, e proprio per questo, quando si manifesta in un fenomeno preciso come quello di Morimondo, assume un peso simbolico che in una cattedrale gotica, satura di colori e narrazioni scolpite, si sarebbe perso tra mille altri dettagli.
Il richiamo cristologico rafforza questa lettura. La figura di Cristo come Sol Iustitiae, il Sole di Giustizia evocato dalla tradizione biblica e patristica, è una delle metafore più potenti della spiritualità medievale: il sole non è oggetto di culto, ma immagine della luce divina, e l’astro che illumina il mondo diventa il linguaggio attraverso cui il Medioevo cristiano racconta la presenza del Cristo risorto.
È lo stesso linguaggio, non a caso, che la Fondazione utilizza ancora oggi per spiegare il proprio logo, parlando di Cristo come redentore e luce del mondo, una convergenza che, per quanto non dimostri nulla sul piano storico, mostra come la componente solare del simbolo sia percepita, ancora oggi, come coerente con l’identità più profonda dell’abbazia.
La ruota solare e il rosone: un’ipotesi personale sul simbolo di Morimondo
Ed è qui che arriva il punto più personale di questa ricerca. La ruota a quattro raggi del simbolo è definita dalla stessa Fondazione simbolo del sole. L’abbazia possiede un rosone che produce un reale fenomeno di luce solare verso l’altare.
La somiglianza geometrica tra i due cerchi crociati è oggettiva. Ma nessuna fonte, inclusa la pagina ufficiale della Fondazione, collega esplicitamente il simbolo scolpito a questo specifico fenomeno architettonico.
Proponiamo quindi questa lettura dichiaratamente come ipotesi aperta, originale, non confermata da alcuna fonte precedente: il cerchio del simbolo potrebbe alludere, nella sua componente solare già riconosciuta dalla Fondazione, allo stesso principio che l’architettura mette in scena attraverso la luce del rosone. Potrebbe altrettanto ragionevolmente trattarsi di una coincidenza compositiva, dato che cerchio diviso da una croce è uno degli schemi più diffusi in assoluto nella simbologia cristiana e cosmica di ogni epoca.
Dalle pietre di Morimondo alla Francia: la pista di Morimond
Per comprendere l’origine del simbolo è necessario ricordare che l’Abbazia di Morimondo non nacque isolatamente: appartiene alla grande rete cistercense sviluppatasi nel XII secolo secondo un preciso principio di filiazione, per cui ogni nuova abbazia era considerata figlia di una casa madre, dalla quale riceveva regola monastica, tradizioni costruttive e patrimonio simbolico.
La filiazione cistercense da Cîteaux a Morimond fino a Morimondo
Nel 1098 viene fondata l’Abbazia di Cîteaux; pochi anni dopo nascono le quattro grandi abbazie madri, La Ferté, Pontigny, Clairvaux e Morimond, quest’ultima fondata intorno al 1115.
Fu proprio da Morimond che, il 4 ottobre 1134, partirono i monaci fondatori destinati a insediarsi, due anni più tardi, nel sito definitivo di Morimondo, in Lombardia. Il nome stesso del monastero italiano conserva la memoria di questa discendenza.
Secondo la ricostruzione della Soprintendenza lombarda, fu lo stesso san Bernardo di Chiaravalle, sceso personalmente in Italia più volte tra il 1133 e il 1135, a prendere accordi diretti per questa fondazione: un dettaglio che rafforza ulteriormente il legame diretto, non solo simbolico, tra Morimondo e il cuore pulsante della riforma cistercense del XII secolo.
La Croce di Morimond e il motto MORS
Alla tradizione dell’abbazia francese è associata una particolare croce, nota come Croce di Morimond, con struttura floreale a otto petali e la scritta MORS, abbreviazione di mori mundo, morire al mondo: il cardine della spiritualità cistercense, abbandonare la vita mondana per rinascere interiormente nella vita monastica.
Questa croce non coincide con il simbolo di Morimondo, ma è documentata anche in un filone di letteratura simbolico-esoterica indipendente, che la associa ad altre abbazie cistercensi europee, tra cui Staffarda, Fossanova ed Eunate, in una riflessione più ampia sui legami tra architettura cistercense, tradizione templare e Magistri Comacini: una conferma indipendente, in ogni caso, che la Croce di Morimond con il motto MORS è un elemento realmente attestato, pur restando distinto dal simbolo specifico che stiamo seguendo.
Un simbolo senza confronti: la rarità del Tau di Morimondo
Nel confronto con i repertori iconografici medievali e con la simbologia cristiana più diffusa, non è emersa un’altra raffigurazione che riproduca esattamente la stessa composizione verticale presente a Morimondo.
Esistono Tau, croci, ruote cosmiche, chrismon, croci cistercensi in grande varietà, ma non quella specifica fusione verticale di tre elementi. È proprio questa rarità, confermata anche dal silenzio della Fondazione su qualsiasi riscontro scritto, ad assumere un significato inatteso non appena la si confronta con la cronologia degli eventi che colpirono Morimond tra XVI e XVII secolo.
La distruzione di Morimond e la nascita dell’Enchiridion Leonis Papae
Per oltre quattro secoli Morimond fu uno dei principali centri spirituali e organizzativi dell’Ordine cistercense.
Le due distruzioni di Morimond, 1572 e 1636
Poi, nel 1572, le guerre di religione francesi la coinvolsero in una prima devastazione: biblioteche, archivi e arredi liturgici iniziarono un lento processo di dispersione, con libri e documenti che presero strade imprevedibili, salvati dai monaci, trasferiti, o dispersi tra privati e istituzioni vicine.
È in questo stesso torno di anni che comincia a circolare, e poi a essere messa per iscritto, una delle opere più enigmatiche della letteratura di protezione cristiana occidentale: l’Enchiridion Leonis Papae, presentato come un antico dono di papa Leone III a Carlo Magno, ma considerato dagli studi moderni uno pseudepigrafo.
Per chi volesse approfondire su basi accademiche, segnaliamo la tesi di master Speculum de Arte Magica Papae et Regis: The Enchiridion Leonis Papae, Its Origins, Legend, and Memory, discussa da Edward A. Smith presso l’Università di York nel 2012, probabilmente il primo studio in formato accademico su questo grimorio ancora poco studiato.
Tre anni dopo la prima devastazione, nel 1636, Morimond viene nuovamente colpita durante la Guerra dei Trent’anni: la comunità monastica è costretta ad abbandonare il monastero, trovando rifugio a Langres.
La nostra ricerca individua qui una coincidenza cronologica difficile da ignorare: la dispersione di uomini, libri e tradizioni da una delle principali abbazie cistercensi d’Europa avviene proprio negli stessi decenni in cui prende forma un’opera di preghiere e formule di protezione destinata a diffondersi in tutto il XVII secolo.
Non è una prova di causa ed effetto, sarebbe scorretto affermarlo, ma rende storicamente plausibile l’esistenza di un canale di trasmissione tra ambienti cistercensi e compilazioni devozionali successive.
L’Affare dei Veleni e la fama dell’Enchiridion nel Seicento
Nel gennaio del 1679 il nome dell’Enchiridion compare in uno dei più celebri processi dell’epoca moderna, l’Affare dei Veleni.
Tra gli oggetti sequestrati a Marie Bosse, coinvolta nella rete di pratiche magiche che sconvolse la corte di Luigi XIV, viene rinvenuta una copia dell’Enchiridion: episodio che non lo trasforma in un grimorio di stregoneria, ma dimostra quanto la sua fama fosse diffusa in circuiti religiosi, popolari, devozionali e, talvolta, magico esoterici.
Il Tau riconsiderato: dalla lettera decorata al carattere complesso
Nel corso della ricerca, il centro dell’indagine si è progressivamente spostato dal simbolo scolpito nella pietra lombarda a un oggetto più specifico: il Tau particolare disegnato all’interno dell’Enchiridion Leonis Papae, e in particolare alla formula che lo accompagna, “Per signum Domine Tau, libera me”.
Una prima lettura del glifo lo aveva descritto come una sorta di cristogramma contenente le lettere greche di Christos. Un esame più attento ha imposto di correggere questa interpretazione.
Il simbolo reale è molto più particolare: una grande struttura verticale a forma di Tau, una lunga asta centrale, una traversa superiore, un piccolo elemento circolare o crociforme laterale, altri piccoli elementi laterali, e soprattutto una grande ansa ricurva nella parte inferiore destra. L’insieme ha l’aspetto di un carattere composito, quasi un monogramma, non di una normale lettera Tau semplicemente decorata.
Questo passaggio metodologico, dal partire da un’interpretazione preconfezionata al partire dalla forma materiale del segno, si è rivelato decisivo.
È stato lavorando sulla forma, e non sulla lettura simbolica già data per scontata, che la ricerca ha potuto spingersi oltre il 1633, data della prima edizione nota dell’Enchiridion, fino a due testimoni assai più antichi.
L’ultima scoperta: la xilografia di Augsburg, ca. 1473
Il testimone più antico individuato finora non proviene né dall’Inghilterra né dalla Francia, ma dalla Germania.
Il Pestblatt di Augsburg e il Tau apotropaico contro la peste
Si tratta di un Pestblatt, un foglio a stampa contro la peste, prodotto ad Augsburg intorno al 1473, oggi conservato alla Francis A. Countway Library of Medicine di Harvard. Il foglio riporta l’immagine dei santi protettori dalla peste, Sebastiano e Rocco, accompagnati da preghiere in tedesco volgare, databile alla grande epidemia che colpì la città tra il 1472 e il 1474.
Lo storico Erik A. Heinrichs, che ha analizzato il foglio, descrive un piccolo simbolo inserito all’interno della lettera “O” iniziale della preghiera a san Rocco come una forma che richiama la croce a Tau, ma con alcune aggiunte inconsuete, e lo collega a un simbolo apotropaico noto, utilizzato in altre immagini per la protezione spirituale dalla peste. Qui il link al PDF della Harvard Library

Il simbolo apparso su una Xilografia del 1400 del simbolo del TAU simile a quello di Morimondo.
Avete notato qualcosa di strano?
Ve lo facciamo vedere meglio

Simbolo del doppio TAU con croce e finale affusolato
Un quinto testimone del simbolo di Morimondo, ancora da confermare
Va detto con chiarezza, per la stessa onestà metodologica che guida tutto il pezzo: la risoluzione della riproduzione oggi disponibile non permette di confermare con certezza che questo esemplare non presenti la stessa ansa terminale a spirale che caratterizza Morimondo, il Folger e l’Enchiridion, oppure una forma più semplice.
Lo trattiamo dunque come un quinto possibile testimone, il più antico di tutti (per ora), la cui piena corrispondenza con il nucleo compositivo resta da confermare, non come un gemello già accertato al pari degli altri. Si tratta, come già detto, di un Pestblatt, un foglio a stampa contro la peste, prodotto ad Augsburg intorno al 1473, oggi conservato alla Francis A. Countway Library of Medicine di Harvard.
L’autore o l’incisore di questo foglio restano, a oggi, anonimi. Ma il dato cronologico resta di per sé significativo: un secolo intero prima del manoscritto Folger, la stessa combinazione di base, un Tau con aggiunte non convenzionali, compare già in un contesto di protezione da una minaccia mortale, sebbene diversa, la peste, e non le armi.
Una pista bibliografica da approfondire, ancora da verificare punto per punto, è il repertorio ottocentesco di Paul Heitz, Pestblätter des 15. Jahrhunderts (1901), che raccoglie in modo sistematico i fogli a stampa contro la peste del Quattrocento tedesco. Va detto con onestà che un primo controllo su un singolo riferimento a un diverso Pestblatt, con san Valentino, presente in un altro repertorio, si è rivelato non pertinente al nostro simbolo: un promemoria a procedere con cautela, verificando ogni singola voce, prima di considerare Heitz una conferma automatica della nostra pista.
Con questa aggiunta, la linea del tempo dei riscontri testuali si allunga potenzialmente di un secolo, e si allarga anche geograficamente: non più solo Inghilterra e Francia, ma anche la Germania del primo Rinascimento tipografico.
Il testimone ritrovato: il manoscritto Folger V.b.26
Un secondo testimone fondamentale di questa fase della ricerca, questa volta con una corrispondenza visiva piena e diretta, riguarda un manoscritto conservato alla Folger Shakespeare Library di Washington, catalogato come V.b.26, e descritto in catalogo come Book of magic, with instructions for invoking spirits, etc.
Il manoscritto Folger V.b.26: un Tau più antico dell’Enchiridion
La Folger lo data al periodo 1577-1583, con date interne al manoscritto che confermano questa collocazione, tra cui l’8 maggio 1577 e il 1583. Si tratta dunque di un manoscritto del pieno Cinquecento inglese, elisabettiano, precedente di almeno un anno alla più antica edizione a stampa oggi conosciuta dell’Enchiridion, datata 1584. Qui il link a manoscritto (il simbolo è a pagina 21)
Il manoscritto è oggi noto agli studiosi anche con il nome informale di Book of Oberon, dal nome di uno degli spiriti evocati nelle sue pagine, ed è stato pubblicato integralmente nel 2015 da Daniel Harms, Joseph Peterson e James Clark, con una trascrizione paleografica completa messa a disposizione online dagli stessi curatori.
Il manoscritto raccoglie materiali eterogenei: parti dell’Heptameron, dell’Arbatel de magia veterum (pubblicato appena due anni prima), del Sepher Raziel, dell’Enchiridion di papa Leone III, e una versione della Chiave di Salomone (Clavicula Salomonis).

Il manoscritto Folger V.b.26: un Tau più antico dell’Enchiridion La Folger lo data al periodo 1577-1583
Ed è proprio in questo manoscritto che è stato individuato il nostro Tau nella sua forma più completa. Non una semplice somiglianza riportata da uno studioso terzo, ma un confronto diretto: la scansione digitale della Folger, disponibile online, mostra un Tau disegnato a penna la cui forma corrisponde, tratto per tratto, a quella che ritroveremo nell’Enchiridion a stampa.
Abbiamo dunque, in sequenza, tre testimonianze che precedono o accompagnano la fissazione tipografica del simbolo: intorno al 1473 ad Augsburg, con corrispondenza ancora da confermare nei dettagli, tra il 1577 e il 1583 nel manoscritto Folger, con corrispondenza piena, e nel 1584 nella prima edizione a stampa dell’Enchiridion.
Questo dimostra che la forma specifica del simbolo esisteva già prima della sua fissazione tipografica, e che chi curò la stampa del 1584 lavorava su un modello già esistente, non su un’invenzione originale.
Il confronto diretto tra il Tau di Morimondo e quello del Folger
È a questo punto che la ricerca compie il passo più significativo di tutto il lavoro svolto fin qui.
Messo a confronto con il calco dell’incisione di Morimondo, il Tau del Folger ne condivide la struttura generale in modo che va ben oltre la semplice appartenenza a un tipo iconografico comune: l’asta verticale slanciata, l’innesto laterale a metà del gambo, la presenza di un elemento decisamente più elaborato nella parte inferiore rispetto a un Tau tipografico ordinario.
Non stiamo parlando di un’affinità generica tra due croci a Tau, cosa che nella simbologia cristiana capita spessissimo, ma di una parentela specifica tra due esecuzioni dello stesso schema compositivo complesso: un vero gemello, ritrovato quasi quattro secoli e mezzo dopo, con tanto di immagine a confermarlo.
La formula e la congiura contro le armi
Nel Folger il Tau non è isolato. È associato a una formula che, nella trascrizione paleografica del manoscritto, recita per signum domine tau libera me, seguita a breve distanza dalla stessa espressione ripresa nell’Enchiridion a stampa nella forma Per signum Domine Tau, libera me.
Il significato generale è chiaro: per il segno del Tau, liberami, Signore. Una variante più esplicativa, trovata nella letteratura amuletica successiva, recita per signum crucis Thau libera me Domine, e ha il pregio di rendere trasparente l’equivalenza tra Tau e croce, un’equivalenza che nella tradizione cristiana medievale era comunque già acquisita.
Quello che rende questa formula tutt’altro che generica è ciò che segue immediatamente.
Nel Folger, subito dopo l’invocazione al Tau, si apre una lunga congiura contro le armi: sono elencati spade, coltelli, asce, lance, chiodi e altri strumenti metallici capaci di ferire. La formula richiama poi, uno dopo l’altro, gli strumenti della Passione di Cristo: la lancia di Longino, la colonna della flagellazione, i tre chiodi, la graticola su cui fu arso san Lorenzo, la spada con cui fu decapitato san Paolo, i legami di ferro di sant’Agnese, il cavalletto di ferro su cui fu sospesa sant’Agata.
Il sistema logico della preghiera è coerente dall’inizio alla fine: dal Tau si passa a Cristo e alla sua Passione, dalla Passione si passa alla congiura, dalla congiura si arriva alla protezione fisica contro le armi da taglio e da punta.
Non è un dettaglio secondario. A conferma indipendente di questo passaggio, il celebre studioso Arthur Edward Waite, nel suo Book of Ceremonial Magic del 1911, descrive lo stesso brano dell’Enchiridion, citando l’esclamazione che introduce, secondo le sue parole, una congiura pensata per proteggere chi la recita da ferite causate da qualsiasi arma d’acciaio.
Si tratta di una fonte pubblicata e indipendente dal manoscritto Folger, che conferma quanto già emerso dalla lettura diretta del testo cinquecentesco.
Un impianto testuale condiviso, non solo un Tau
Il rapporto tra Folger ed Enchiridion non si esaurisce nel Tau. Nel manoscritto compare un’intera serie di formule cristiano magiche che hanno paralleli diretti nell’opera a stampa: nomi divini, invocazioni alla Trinità, nomi di Cristo, richiami ai santi, agli oggetti della Passione, altre formule contro le armi.
Non sembra dunque che il rapporto tra i due testi sia limitato alla casuale presenza dello stesso Tau: ci troviamo di fronte a un ambiente testuale comune, o a una tradizione condivisa più ampia.
Un elemento emerso nel corso di questa fase della ricerca, e che merita di essere segnalato con chiarezza perché non risultava ancora accertato in precedenza, riguarda proprio la cornice narrativa dell’Enchiridion.
Nel manoscritto Folger compare, poco dopo la congiura contro le armi, l’affermazione secondo cui quelle stesse parole sarebbero quelle che papa Leone mandò a Carlo Magno, re e imperatore. In un passaggio parallelo, la medesima attribuzione viene riferita a san Tommaso apostolo e a un santo il cui nome, nella grafia originale, è di lettura incerta, forse una corruzione di Leone Magno, che avrebbe scritto a Carlo, re di Francia.
Questo significa che l’intera impalcatura pseudepigrafa, quella che attribuisce il testo a un papa Leone in dono a un imperatore Carlo, non nasce con la stampa del 1584 o con l’edizione del 1633: esisteva già, per intero, nel manoscritto inglese degli anni Settanta del Cinquecento. La leggenda editoriale dell’Enchiridion, in altre parole, precede l’Enchiridion a stampa.
Nella stessa pagina del Folger, a distanza di poche righe dalla congiura contro le armi, compare inoltre un’altra formula, questa volta di sicura origine liturgica: per signum crucis de inimicis nostris libera nos deus noster.
Si tratta del Communio della festa dell’Esaltazione della Santa Croce, attestato nei manoscritti di canto gregoriano medievale con secoli di anticipo rispetto al nostro grimorio.
Il copista del Folger, dunque, conosceva e trascriveva fianco a fianco tanto la formula liturgica ufficiale della Chiesa quanto la sua variante personale e apotropaica legata al Tau.
Questo non dimostra ancora, in senso stretto, una genealogia diretta tra le due espressioni, ma la rende storicamente molto più plausibile di quanto non fosse quando le due formule erano confrontate solo a distanza, in fonti diverse: qui convivono nello stesso foglio, sotto la stessa mano.
Chi copiò da chi: un problema ancora aperto
Il fatto che il Folger sia datato 1577-1583 e l’Enchiridion sia stato stampato nel 1584 non dimostra automaticamente che il secondo derivi dal primo.
Restano almeno tre possibilità aperte.
Tre ipotesi sulla trasmissione del testo tra Folger ed Enchiridion
La prima è che sia esistita una versione dell’Enchiridion precedente al 1584, oggi perduta, da cui deriverebbero sia il Folger sia l’edizione a stampa.
La seconda è che entrambi i testimoni derivino da una fonte manoscritta comune, anch’essa perduta.
La terza è che il nucleo condiviso non sia un singolo testo scritto, ma una tradizione orale o semi manoscritta di formule apotropaiche, diffusa in ambienti diversi e fissata indipendentemente in momenti diversi. Quando parliamo di formule apotropaiche parliamo di invocazioni “magiche” di protezione. Esse sono infatti intrise di magia cristiana cerimoniale evocativa.

Simbolo del Doppio Tau con croce e “b” in una copia dell’Enchiridion Leonis Papae III
Le formule apotropaiche e la generazione mancante
A qualcuno darà fastidio. A me no. La verità è questa.
Non abbiamo ancora trovato l’origine assoluta. Abbiamo però trovato un testimone molto più antico di quanto si credesse, e questo sposta l’intera cronologia della ricerca almeno una generazione indietro rispetto al punto di partenza — e, se la pista di Augsburg sarà confermata, potenzialmente di oltre un secolo.
Le radici bibliche e teologiche del Tau protettivo
Per capire perché un segno come questo potesse avere una funzione apotropaica, occorre risalire ben oltre il Cinquecento.
La radice biblica è Ezechiele 9,4, dove il Tau viene posto sulla fronte dei giusti come segno di distinzione, perché siano risparmiati dal castigo. Da qui nasce una tradizione fondamentale, che lega il Tau alla salvezza attraverso il concetto di segno distintivo: chi porta il segno è riconosciuto e protetto.
Nella tradizione cristiana medievale il Tau viene poi identificato con la croce di Cristo stessa, prima ancora e indipendentemente dall’Enchiridion.
Questo spiega perché il Tau possa svolgere una funzione apotropaica, ma non spiega ancora, da solo, la particolare grafica complessa del nostro carattere composito. Per questo la ricerca si è rivolta a un secondo filone, quello delle cosiddette measured crosses, o birth girdles, la tradizione inglese delle cinture da parto.
Le measured crosses inglesi e Harley Roll T.11
Harley Roll T.11 e la tradizione delle birth girdles inglesi
Tra il XIV e il XVI secolo circolarono in Inghilterra rotoli di pergamena, indossati dalle donne in travaglio, che riproducevano una croce a Tau “misurata”, teoricamente proporzionata all’altezza reale di Cristo, accompagnata da testi che ne descrivevano le virtù protettive. Uno degli esempi meglio studiati è conservato alla British Library con la segnatura Harley Roll T.11.
La letteratura accademica più recente su questi oggetti, in particolare il lavoro di Mary Morse, English Birth Girdles: Devotions for Women in “Travell of Childe”, pubblicato nel 2024, e gli studi di Katherine Storm Hindley per il Courtauld Institute, descrive con precisione le funzioni attribuite a queste croci misurate: protezione contro gli spiriti maligni, contro i nemici, contro tuoni e fulmini, contro il maltempo, contro le armi, e persino contro la morte improvvisa senza confessione.
Un confronto grafico tra Harley Roll T.11 e il Tau di Morimondo
La vicinanza concettuale con il nostro Tau è evidente: Cristo, protezione, armi, tutto nello stesso schema.
Ma un confronto grafico diretto tra il Tau di Harley Roll T.11 e il nostro carattere composito porta a una conclusione netta. Il Tau delle birth girdles è più semplice, spesso vuoto, talvolta accompagnato dagli strumenti della Passione disegnati accanto, ma privo di quella struttura interna elaborata, ansa ricurva compresa, che caratterizza il Tau di Morimondo, del Folger e dell’Enchiridion. Harley Roll T.11 resta dunque un precedente concettuale prezioso, la prova che la funzione protettiva del Tau contro le armi era già consolidata nel tardo Medioevo inglese, ma non è la fonte grafica diretta del nostro simbolo specifico.
La pista siciliana del 1623 e il Liber Iuratus
Il processo di stregoneria siciliano del 1623
Una pista geografica interessante, ancora da verificare direttamente sugli atti originali, riguarda un processo di stregoneria siciliano del 1623, studiato da Gaetano Millunzi e Salvatore Salomone Marino in un lavoro pubblicato nel 1900.
Vale la pena precisare, per evitare confusioni bibliografiche, che esiste anche un diverso e più recente studio su un altro processo siciliano, quello cinquecentesco pubblicato da Vito Lo Scrudato per Sellerio: si tratta di due casi distinti, in secoli diversi, e la pista che qui interessa è specificamente quella del 1623.
Gli editori del Book of Oberon, nel ricostruire il contesto della congiura contro le armi presente nel Folger, segnalano un possibile parallelo con determinate pagine di quel processo, aprendo così una pista geografica che collegherebbe l’Inghilterra elisabettiana alla Sicilia del primo Seicento come due luoghi in cui la stessa tradizione apotropaica avrebbe lasciato traccia.
Resta un’ipotesi da verificare con un esame diretto degli atti, non ancora una prova acquisita.
Il Liber Iuratus e la cultura grafica dei sigilli magici
Un secondo ambiente da tenere presente, senza per questo affermare una derivazione diretta, è il Liber Iuratus, o Sworn Book of Honorius, uno dei grimori medievali più antichi e influenti. Non abbiamo trovato in esso il nostro Tau specifico, ma vi si ritrova esattamente il tipo di cultura grafica in cui una figura come la nostra potrebbe essersi formata: croci, nomi divini, caratteri, sigilli, lettere trasformate in segni, protezione magica di intonazione cristiana. Si, avete capito bene.
Chierici, sigilli e la magia della Chiesa medievale
A questo punto della ricerca è necessario affrontare apertamente un tema che il pubblico moderno tende a immaginare come estraneo al mondo monastico, e che invece gli appartiene in modo documentato: la magia cristiana praticata da chierici, e in alcuni casi da monaci, nel basso Medioevo e nella prima età moderna.
Il “sottobosco clericale” di Richard Kieckhefer
Lo storico Richard Kieckhefer, nel suo Magic in the Middle Ages, pubblicato per la prima volta nel 1989 e diventato da allora un riferimento standard negli studi sulla magia medievale, ha coniato per questo fenomeno l’espressione “clerical underworld”, il sottobosco clericale.
Il quadro che ne emerge è quello di giovani chierici, cappellani, monaci e frati, accomunati da una preparazione liturgica solida ma spesso incompleta, e da un accesso privilegiato a libri, latino e formule rituali della Chiesa ufficiale.
Erano proprio queste competenze, paradossalmente, a renderli i soggetti meglio attrezzati per produrre e trascrivere testi di necromanzia, evocazione e protezione apotropaica: chi conosceva l’esorcismo ufficiale della Chiesa era anche il candidato ideale per adattarne le formule a scopi personali, devozionali o francamente magici.
Il manoscritto stesso della Folger Shakespeare Library, con la sua convivenza di salmi penitenziali, litanie dei santi, esorcismi ufficiali e congiure contro gli spiriti tutte nella stessa mano, è un esempio da manuale di questo fenomeno.
I cistercensi e la magia: cosa è documentato e cosa resta ipotesi
Per quanto riguarda specificamente l’ambiente cistercense, e in particolare l’abbazia madre di Clairvaux, la tradizione storiografica più recente non ha ancora fornito, per quanto ci risulta, una prova diretta e circostanziata della produzione di talismani o sigilli apotropaici da parte della comunità monastica in quanto tale. Anche la scoperta della xilografia di Augsburg, per quanto significativa sul piano cronologico, non modifica questo quadro: si tratta di un foglio a stampa tedesco, di autore anonimo, senza alcun legame documentato con ambienti cistercensi.
Si tratta di un’affermazione che circola in una parte della letteratura simbolico esoterica, e che riportiamo come tale, non come fatto accertato: un’ipotesi coerente con il fenomeno più ampio del sottobosco clericale descritto da Kieckhefer, ma che meriterebbe, per essere considerata dimostrata, un riscontro archivistico specifico che al momento non abbiamo potuto verificare in modo indipendente.
Quello che è invece storicamente solido è il contesto generale: gli ambienti monastici, cistercensi compresi, possedevano biblioteche, competenze linguistiche e una familiarità con il sacro che li rendeva, in linea di principio, un terreno compatibile con la produzione di questo tipo di materiale, esattamente come lo erano le abbazie benedettine inglesi studiate da Kieckhefer.
Segnaliamo questo punto con la stessa onestà metodologica che abbiamo cercato di applicare a ogni altro passaggio della ricerca: distinguere ciò che è documentato da ciò che resta, per ora, una suggestione plausibile ma non provata.

Il Simbolo del doppio TAU con croce e tronco a “b” in una ristampa recente dell’Enchiridion.
Il gemello ottocentesco: Éliphas Lévi e Le Thau Sacré
Il salto più sorprendente di tutta l’indagine, quello che nessuna fonte precedente, a quanto ci risulta, aveva mai tracciato prima d’ora, riguarda un ulteriore testimone, molto più tardo.
Éliphas Lévi e Le Thau Sacré ou la Clef Universelle
Éliphas Lévi, pseudonimo di Alphonse Louis Constant, vissuto tra il 1810 e il 1875, è tra i più influenti occultisti francesi dell’Ottocento. Nel 1860 compose un manoscritto, donato al suo allievo, il barone Spedalieri, pubblicato postumo nel 1895 con il titolo Clefs Majeures et Clavicules de Salomon, e ristampato nel 1926 da Chacornac Frères a Parigi. All’interno di quest’opera compare una sezione dal titolo già di per sé significativo: Le Thau Sacré ou la Clef Universelle, il Tau Sacro, ovvero la Chiave Universale.
Il glifo che vi compare mostra, ancora una volta, lo stesso nucleo compositivo di fondo: un Tau con terminali dritti, una ruota crociata satellite sul fianco sinistro dello stelo accompagnata da un piccolo cerchio ulteriore con motivo a spirale, un elemento sul lato destro a forma di coppa o freccia orizzontale, e alla base una sequenza più elaborata, una forma a campana rovesciata, un ovale, una spirale terminale: un’evoluzione ulteriore rispetto alla progressiva trasformazione già osservata nell’Enchiridion.

Una precisazione onesta va fatta su questo punto specifico: il testo che accompagna la sezione, nell’edizione a stampa consultata, si concentra sulla dottrina cabalistica dello Schema Hamphorasch, il nome divino impronunciabile, più che su una descrizione verbale dettagliata del glifo stesso, che va dunque letto e confrontato principalmente sulla tavola illustrata, e non solo sul testo che la circonda.
Quasi due secoli e mezzo dopo la prima edizione dell’Enchiridion, e diversi secoli dopo, qualunque sia la finestra temporale corretta, l’incisione di Morimondo, lo stesso nucleo simbolico riaffiora in uno dei testi fondamentali dell’occultismo occidentale moderno, sotto un nome che è esso stesso un’eco diretta della funzione apotropaica già documentata nell’Enchiridion: non più libera me, ma la chiave universale.
Dal Folger a Lévi: la linea di trasmissione del simbolo di Morimondo
Tradizioni lontanissime nel tempo, indipendenti l’una dall’altra per quanto ci risulta, attribuiscono allo stesso identico segno la medesima funzione: quella di una chiave, di una liberazione, di una protezione universale.
Vale la pena soffermarsi su cosa significhi, in termini di metodo storico, avere ora diverse tappe testuali successive al nostro Tau più antico ipotizzabile, quello di Augsburg. Un singolo riscontro isolato, il simbolo di Morimondo che ricompare una sola volta, in un solo libro secentesco, potrebbe sempre essere liquidato come coincidenza compositiva, per quanto suggestiva.
Ma un nucleo simbolico che attraversa, pur con le sue trasformazioni, quasi quattro secoli di storia, da un possibile precedente tedesco del Quattrocento, attraverso il manoscritto inglese elisabettiano e l’Enchiridion a stampa del 1584 e del 1633, fino a Lévi nel 1860, smette di essere un’anomalia isolata e diventa una vera e propria linea di trasmissione culturale, con tappe verificabili e datate.
Due piste, una scoperta: separare cosa è provato da cosa è ipotesi
A questo punto è necessaria una distinzione metodologica che riteniamo essenziale per l’onestà di tutto il lavoro svolto. Questa indagine ha seguito, di fatto, due piste indipendenti, che riguardano lo stesso simbolo ma rispondono a domande diverse, e che non vanno confuse tra loro.
La pista architettonica del simbolo dell’Abbazia di Morimondo
La prima pista è architettonica: riguarda cosa il simbolo potesse rappresentare per i costruttori di Morimondo, in una delle tre fasi edilizie possibili. È qui che si collocano le ipotesi, dichiaratamente personali, di un legame tra la componente solare del simbolo di Morimondo, riconosciuta dalla stessa Fondazione, e il fenomeno di luce del rosone, e di un possibile movente storico nel saccheggio del 1237.
La pista testuale del Tau apotropaico
La seconda pista è testuale: riguarda la sopravvivenza del simbolo attraverso i secoli, da un possibile precedente di Augsburg fino a Lévi, come sigillo apotropaico.
Questa seconda pista poggia ora su un impianto di fonti comparabile e concorde: il manoscritto Folger, l’Enchiridion in almeno due redazioni indipendenti, e le Clavicules de Salomon di Éliphas Lévi, quattro testimonianze indipendenti dello stesso nucleo compositivo completo, distribuite su un arco di quasi tre secoli, a cui si aggiunge ora, come quinto e più antico possibile testimone, la xilografia di Augsburg del 1473, la cui piena corrispondenza con il nucleo compositivo resta da confermare. Ma questa seconda pista non dimostra e non conferma in alcun modo la prima.
Il fatto che il simbolo sia stato riutilizzato come formula di protezione tra Quattrocento e Seicento, e ripreso da un occultista nell’Ottocento, non dice nulla su cosa rappresentasse per i monaci cistercensi, in qualunque secolo l’abbiano scolpito.
Tenere separate queste due piste, invece di farle convergere artificialmente in un’unica narrazione, è ciò che rende questa ricerca solida invece che semplicemente suggestiva.
E se la prima pista resta, con onestà, un’ipotesi aperta, la seconda pista è oggi un dato di fatto verificabile da chiunque: quel segno, che la Fondazione di Morimondo dichiara di non aver mai potuto ricollegare ad alcuno scritto antico, ha un riscontro concreto, non uno, ma almeno quattro, forse cinque, nella grande tradizione europea dei testi di protezione e della letteratura magico religiosa, dal Quattrocento tedesco fino all’occultismo ottocentesco.
Sintesi della ricerca: fatti, ricostruzioni e ipotesi aperte
Prima delle conclusioni, mettiamo in fila con ordine i tre livelli di certezza toccati da questa indagine, così come promesso in apertura.
Ciò che è documentato sul simbolo dell’Abbazia di Morimondo
L’esistenza del simbolo in più punti dell’Abbazia di Morimondo e la sua adozione come logo ufficiale della Fondazione, con relativa dichiarazione dell’assenza di fonti scritte antiche; la filiazione cistercense da Cîteaux a Morimond fino a Morimondo, datata al 4 ottobre 1134; le fasi edilizie del 1182-1296, del 1475-1522 sotto gli abati commendatari, incluso il cardinale Giovanni de’ Medici, e del 1648-1652 sotto l’abate Libanorio; i saccheggi subiti da Morimondo stessa nel 1161 e, in modo particolarmente grave, il 3 dicembre 1237, con l’uccisione di monaci e l’interruzione dei lavori della chiesa fino al 1296; le due distruzioni di Morimond in Francia nel 1572 e nel 1636; l’esistenza del Pestblatt di Augsburg, databile al 1472-1474, con un simbolo descritto da Erik A. Heinrichs come un Tau con aggiunte inconsuete di funzione apotropaica contro la peste; l’esistenza del manoscritto Folger V.b.26, datato 1577-1583, con il suo Tau disegnato a penna e la formula per signum tau libera me associata a una congiura contro le armi;
la presenza, nello stesso manoscritto, dell’attribuzione a papa Leone e a Carlo Magno, e della formula liturgica per signum crucis… libera nos; la prima edizione nota dell’Enchiridion Leonis Papae nel 1584; il ritrovamento di una copia dell’Enchiridion tra gli oggetti di Marie Bosse nell’Affare dei Veleni del 1679; l’esistenza della sezione Le Thau Sacré ou la Clef Universelle nelle Clavicules de Salomon di Éliphas Lévi; l’esistenza di un filone di studi accademici reali sugli allineamenti astronomici nell’architettura cistercense e sulla tradizione delle birth girdles inglesi.
Ciò che è plausibile ma non dimostrato
Che il simbolo del Folger, dell’Enchiridion e quello di Lévi derivino da un archetipo intermedio oggi perduto, comune a tutti, piuttosto che da una copia diretta della pietra di Morimondo; che il Pestblatt di Augsburg attesti un ramo più antico, forse indipendente, della stessa tradizione apotropaica legata al Tau; che sia esistito un canale di trasmissione, oggi non documentabile nei suoi passaggi esatti, tra l’ambiente cistercense e la compilazione di testi devozionali e occultistici successivi; che la formula liturgica per signum crucis… libera nos abbia contribuito, in una tradizione più ampia, alla genesi della formula personale legata al Tau.
Ciò che resta ipotesi personale aperta al confronto
Che la ruota solare del simbolo alludesse, fin dalla sua prima incisione, al fenomeno luminoso del rosone; che il saccheggio del 1237, con l’uccisione di monaci, sia stato il movente storico dietro la prima incisione o un suo rinnovamento; che la direzione della trasmissione sia andata da Morimondo verso l’Europa e non viceversa; che i monaci cistercensi, o ambienti a loro direttamente collegati, abbiano avuto un ruolo attivo nella produzione di materiale apotropaico di tipo magico, ipotesi coerente con il fenomeno più ampio del sottobosco clericale ma non provata da un riscontro archivistico specifico; che la ricorrenza del simbolo su una porta esterna dell’abbazia mostri, in una delle sue due volute terminali, un’ansa piena assimilabile a quella del Folger e dell’Enchiridion, osservazione riportata come testimonianza diretta sul campo e non come lettura fotografica definitiva;
che il simbolo, in senso stretto, non abbia equivalenti in nessun’altra fonte al mondo oltre a quelle qui presentate, affermazione che nessuno storico, né chi scrive, potrebbe mai dimostrare con assoluta certezza, potendo solo attestare che non ne è stato trovato un analogo ulteriore nel corso di questa specifica ricerca.
Il gemello di Morimondo: perché questa scoperta conta
Proviamo, in chiusura, a mettere in fila ciò che questa ricerca ha permesso di stabilire, perché la portata di questa scoperta merita di essere detta con la stessa chiarezza con cui abbiamo distinto, fin qui, i fatti dalle ipotesi.
Non stiamo parlando di un simbolo generico, di un motivo geometrico che si ritrova ovunque nell’arte sacra medievale: croci, cerchi e triangoli, quelli sì, si trovano dappertutto. Stiamo parlando di una composizione specifica e rara, un Tau innestato da un secondo elemento a croce, affiancato da una ruota solare, che termina in una struttura a spirale: una combinazione che, nel corso di questa ricerca, non abbiamo trovato replicata in nessun altro repertorio iconografico cristiano medievale consultabile, se non nei testimoni qui presentati.
Una combinazione rara, anzi rarissima nel mondo della simbologia!
Una combinazione così rara che perfino l’istituzione che da secoli vive, custodisce e ha fatto proprio questo simbolo come emblema, la Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo, dichiara pubblicamente di non aver mai trovato, in nessuno scritto antico, un riscontro capace di spiegarlo.
Questa ricerca, seguendo pazientemente una pista che attraversa, forse, la Germania del primo Rinascimento tipografico, l’Inghilterra elisabettiana, la Francia del Seicento e l’occultismo dell’Ottocento, quel riscontro sembra averlo trovato: non uno, ma una piccola famiglia di riscontri, concordi tra loro nel nucleo e divergenti solo nei dettagli esecutivi, esattamente come ci si aspetterebbe da una trasmissione autentica attraverso copisti e secoli diversi.
Un possibile precedente ad Augsburg intorno al 1473, il manoscritto Folger V.b.26 tra il 1577 e il 1583, l’Enchiridion Leonis Papae in almeno due redazioni indipendenti tra Cinque e Seicento, e le Clavicules de Salomon di Éliphas Lévi in pieno Ottocento, sotto il nome, quasi profetico rispetto alla nostra stessa ricerca, di Chiave Universale.
Che la direzione della trasmissione sia andata da Morimondo verso l’Europa, o da un archetipo europeo verso Morimondo, resta, lo ribadiamo per onestà un’ultima volta, una domanda aperta, e forse è anche la domanda meno importante delle due.
Il simbolo dell’Abbazia di Morimondo non era il solo!
Perché il punto centrale non è stabilire chi abbia scolpito o disegnato per primo questo segno: è aver dimostrato che un simbolo che la stessa Abbazia considerava isolato, senza padre né discendenza scritta, non è affatto solo.
Ha dei gemelli. Il più antico e sicuro tra questi, quello con piena corrispondenza confermata, porta oggi anche un volto, un’immagine disegnata a penna in Inghilterra più di quattro secoli fa, che chiunque può ora mettere accanto a quella incisa nella pietra lombarda. E un’eco forse ancora più remota, di un secolo buono, attende conferma in una xilografia tedesca del 1473.
È questo, in fondo, il senso più autentico di ogni ricerca che parte da una pietra e finisce per attraversare secoli di storia europea: non la certezza assoluta, che raramente la storia concede a chi studia simboli privi di documentazione scritta, ma la scoperta che un segno creduto isolato appartiene in realtà a una famiglia più grande, dispersa nel tempo e nello spazio, e che qualcuno, finalmente, ha avuto la pazienza, pietra dopo pietra, pagina dopo pagina, di ricostruire con cura, senza fretta e senza scorciatoie.
Oggi possiamo dire di avere qualche carta in più da giocare in questa indagine che, tra fonti verificate, immagini comparate, dichiarazioni ufficiali della Fondazione e ipotesi dichiarate come tali, rappresenta la ricostruzione più completa finora tentata sulla storia del simbolo dell’Abbazia di Morimondo, e forse, semplicemente, la prima volta in cui qualcuno ha risposto alla domanda che l’Abbazia stessa, con onestà, aveva lasciato aperta.
In sistesi e per concludere
Sarebbe meglio dire “sospendere” le ardue ricerche che fino ad oggi ci hanno dato soddisfazioni immense.
La ricerca simbolica ci porta quindi a sostenere, ma non a provare al 100%, che il simbolo dell’abbazia fosse originariamente una sorta di monogramma cristico. Nulla a che vedere con ricerche templari, anche se l’ambiente cistercense era frequentato dai “poveri” cavalieri di Cristo.
Molte sono le ricerche che ci hanno portato, ad esempio, a sottolineare che la sua caratteristica forma (ma unica) derivasse da un TAU RHO di origine medievale, creato e tramandato per secoli su alcuni rotoli di pelle che fungevano anche da “amuleti indossabili”, su pergamene, manuscritti, xilografie ed altre forme di tramando.
La ricerca è in evoluzione. Non abbiamo ancora terminato!
A nostro parere il simbolo dell’Abbazia di Morimondo aveva una funzione apotropaica. Ne siamo certi al 90%
Altri studiosi possono unirsi in questa ricerca che oggi, per la prima volta, dà una spiegazione plausibile, sincera e accademica.
Vi invitiamo a partecipare e a commentare se ne siete interessati. Ovviamente, ma senza disturbare, rivolgiamo alla Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo a contattarci qualora questa ricerca possa essere d’interesse.
Tau Magister I°
con la partecipazione di:
Sophia C.
Michael A.



