Questo articolo vi servirà per capire il significato della Croce di san Benedetto.
Leggetelo fino in fondo perchè è molto interessante per capire tutta la sua storia ed anche le origini.
Per scrivere questo articolo siamo andati a cercare le fonti originali: il manoscritto bavarese del 1415 in cui compare la prima immagine nota del simbolo, gli atti (per quanto ricostruibili) di un processo per stregoneria del Seicento, e la letteratura accademica tedesca che per prima ha studiato la vicenda a fondo, quella che difficilmente si trova citata nei siti italiani sull’argomento.
Ne è uscita una storia più intricata e più interessante di quanto la versione devozionale lasci intuire.
Il punto di partenza, per chi cerca prima di tutto una risposta diretta: CSPB, CSSML, NDSMD sono le iniziali di una preghiera esorcistica latina (“la Croce del Santo Padre Benedetto sia la mia luce, il drago non sia mai la mia guida”), mentre lungo il bordo la scritta VRS NSMV SMQL IVB traduce “Vade retro Satana, non suggerirmi mai cose vane, sono mali quelli che offri, bevi tu stesso i veleni”.
Questo è il significato letterale della Croce di San Benedetto, ma è solo metà della storia. Come oggetto compiuto la croce non esiste prima del 1880, anno in cui fu disegnata la medaglia che tutti conoscono oggi.
Il nucleo del suo potere, cioè la formula di lettere, è però molto più antico: la prima immagine sopravvissuta, oggi consultabile online, risale al 1414-1415 e si trova in un manoscritto dell’abbazia di Metten, in Baviera. (qui il link al manoscritto dell’Abbazia di Mettern)
Lo riportiamo qui sotto:
Tra queste due date si consuma l’intera parabola dell’oggetto. Nasce come devozione monastica locale, diventa nel 1647 un’arma dichiarata contro le streghe durante un vero processo per stregoneria, viene per questo proibita da più vescovi e finisce sull’Indice come “mezzo magico”, per essere infine riabilitata dalla Chiesa nel 1742 e ridisegnata nel 1880 nella forma che si indossa ancora oggi.
Il risultato è un oggetto che la Chiesa continua a definire “non un talismano”, mentre il mercato esoterico contemporaneo lo vende, letteralmente, come sigillo accanto ai pentacoli salomonici. Qui sotto spieghiamo prima cosa significa davvero ogni elemento del simbolo, e poi ricostruiamo, con le fonti alla mano, da dove viene, perché per un secolo intero fu considerato pericoloso invece che protettivo, e cosa rappresenta oggi.
Il significato della Croce di San Benedetto
È la domanda che quasi tutti si pongono guardandola per la prima volta: cosa significa davvero la Croce di San Benedetto, al di là della devozione generica? La risposta richiede di separare due livelli, che spesso vengono confusi: l’oggetto fisico che si indossa oggi, e il significato più profondo, quasi tecnico, della formula che lo compone.
Fronte e retro della medaglia del 1880
L’oggetto che oggi tutti conoscono è la medaglia giubilare disegnata nel 1880 all’Arciabbazia di Beuron, in Germania, su richiesta del priore di Montecassino Bonifacio Krug, per il 1400° anniversario della nascita di Benedetto (480 d.C.).
Il disegno si deve in particolare a padre Desiderius Lenz, principale esponente della cosiddetta Scuola d’Arte di Beuron, un movimento estetico che traeva ispirazione dichiaratamente dalle forme dell’arte egizia antica e dell’arte paleocristiana: un dettaglio che spiega, tra l’altro, la geometria così rigida e simbolica della medaglia che conosciamo, ben diversa dallo stile naturalistico delle raffigurazioni precedenti.
Sul fronte: san Benedetto in abiti monastici, la croce nella mano destra, la Regola aperta nella sinistra; ai suoi piedi, su due piedistalli, la coppa avvelenata da cui esce un serpente e il corvo che porta via il pane avvelenato; sopra, l’iscrizione “Crux S. Patris Benedicti”; lungo il bordo, “Eius in obitu nostro praesentia muniamur” (“che possiamo essere rafforzati dalla sua presenza nell’ora della nostra morte”); ai piedi del santo, “ex S M Casino MDCCCLXXX”.
Sul retro: in alto la parola “PAX“; negli angoli formati dalla croce le lettere CSPB; sul braccio verticale CSSML; su quello orizzontale NDSMD; lungo il bordo, in senso orario, VRS NSMV SMQL IVB.
Va detto che quella giubilare del 1880, pur essendo oggi la più diffusa al mondo, non è mai stata l’unica versione esistente.
La letteratura di riferimento tedesca cataloga oltre duecento varianti storiche della medaglia, diverse per epoca, area geografica e dettagli iconografici, segno di una tradizione locale mai davvero unificata prima dell’intervento di Beuron e Montecassino.
Solo dopo il 1880, complice anche la produzione industriale su scala più ampia, il disegno giubilare finisce per imporsi come standard, fino a far apparire, agli occhi di chi lo osserva oggi, come se fosse sempre stato l’unico esistito.
Le lettere spiegate una per una per capire il SIGNIFICATO
Ecco il testo completo che si nasconde dietro le iniziali, nella sua forma canonica, cioè il significato letterale di ogni singola sigla incisa sulla croce:
- CSPB = Crux Sancti Patris Benedicti (la Croce del Santo Padre Benedetto)
- CSSML = Crux Sacra Sit Mihi Lux (la santa Croce sia la mia luce)
- NDSMD = Non (o Nunquam) Draco Sit Mihi Dux (il drago non sia mai la mia guida)
- VRS = Vade Retro Satana (allontanati, Satana)
- NSMV = Numquam (o Nunquam) Suade Mihi Vana (non suggerirmi mai cose vane)
- SMQL = Sunt Mala Quae Libas (sono mali quelli che offri da bere)
- IVB = Ipse Venena Bibas (bevi tu stesso i veleni)
Anche qui esistono varianti testuali reali tra “Non” e “Nunquam”, non refusi di trascrizione moderna ma oscillazioni già presenti nella tradizione manoscritta. Formalmente si tratta di distici latini in rima, costruiti per essere mandati a memoria, secondo lo schema tipico delle formule di esorcismo.
Il comando “Vade retro Satana” riprende letteralmente il rimprovero rivolto da Cristo a Pietro nei Vangeli (Mt 16,23; Mc 8,33), qui riadattato a formula generica contro il male. Capire il significato di ogni singola lettera aiuta anche a capire perché questo oggetto sia stato, per tanto tempo, un caso limite tra preghiera autorizzata e formula magica, come vedremo tra poco parlando del Seicento.
Perché una formula incomprensibile protegge di più
C’è un aspetto strutturale che le semplici traduzioni non colgono, ed è probabilmente il punto più interessante dell’intera vicenda dal punto di vista storico-religioso. Sull’oggetto fisico, medaglia o affresco che sia, la preghiera non compare mai per esteso: compaiono soltanto le iniziali, disposte a croce.
Questo significa che per la stragrande maggioranza delle persone che nei secoli hanno indossato o dipinto questo simbolo, in gran parte analfabete e comunque digiune di latino, l’oggetto non ha mai funzionato come una preghiera da leggere e comprendere, ma come una sequenza di segni indecifrabili, dotati di potere semplicemente in quanto tali: una formula chiusa, incomprensibile a chi la portava.
La letteratura etnografica tedesca lo mette nero su bianco: l’efficacia magica della sequenza di lettere era rafforzata, non indebolita, dalla sua incomprensibilità; era proprio l’ignoranza del contenuto a far emergere con più forza la “magia delle lettere”.
È funzionalmente identico al modo in cui opera un sigillo salomonico o un nome divino cabalistico in un rituale magico più ampio: l’efficacia nasce dall’opacità del segno, non dal suo significato compreso.
È la definizione tecnica di quello che lo storico della magia medievale Richard Kieckhefer chiama il “crocevia” tra religione e magia: lo stesso oggetto può essere, contemporaneamente, una preghiera legittima compressa per chi conosce il latino e la teologia, e un puro sigillo magico per chiunque altro.
A questo si aggiunge un dato di cultura materiale che nessuna fonte italiana riporta: il “Benediktussegen” non è mai stato confinato alla forma di medaglia.
Lo si scriveva su foglietti di carta portati in tasca, lo si fondeva in piombo, stagno, ottone, oro, argento, lo si imprimeva su corno, e lo si combinava con altre croci apotropaiche, come la croce di sant’Ulrico (un’altra croce-amuleto tedesca, legata al vescovo di Augusta del X secolo); quando veniva fuso insieme alla croce di Zaccaria diventava un amuleto specificamente anti-pestilenziale, la cosiddetta “croce della peste”.
L’elenco dei pericoli contro cui veniva invocato, secondo la documentazione etnografica tedesca, è del resto molto più ampio di quanto suggeriscano le fonti devozionali italiane: fulmini, grandine, avvelenamento, febbre, peste, calcoli, epilessia, spiriti maligni, streghe, il demonio, e ancora invocazioni al momento del parto e nell’ora della morte.
Le radici nei filatteri paleocristiani
Per capire davvero da dove viene l’idea che una croce, di per sé, possa respingere il male, bisogna risalire molto più indietro rispetto a Benedetto. A partire dal IV secolo, secondo la letteratura scientifica (in particolare gli studi di Franz Joseph Dölger del 1932 e di Romuald Bauerreiß del 1938, ripresi anche dalla voce “Filatterio” dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale Treccani), piccoli contenitori con una scheggia della reliquia della Vera Croce, intesa come frammento dell'”albero della vita”, venivano indossati specificamente per il loro potere di allontanare i demoni, proseguendo e sostituendo pratiche amuletiche pre-cristiane lungo una linea diretta, in modo non dissimile da come la mezuzah funzionava sugli stipiti delle porte ebraiche.
Lo storico Ildar Garipzanov ha proposto per questo fenomeno il concetto di “graphicacy” tardoantica: segni cristiani pensati per essere riconosciuti, e per funzionare, anche da chi non sapeva leggere, il cui potere risiedeva nel riconoscimento visivo, non nell’alfabetizzazione.
La Croce di San Benedetto, in questa prospettiva, non è un’invenzione isolata: è l’ultimo anello, relativamente tardo, di una catena molto più antica di “scrittura protettiva” che precede il cristianesimo stesso e precede di secoli Benedetto.
Per capire come si sia arrivati, in concreto, dal manoscritto del 1414 alla medaglia del 1880, bisogna ora ripercorrere la storia per intero.
Le origini: il documento più antico oggi consultabile
A differenza di molti oggetti devozionali cattolici, la cui origine si perde in un’incertezza irrisolvibile, la Croce di San Benedetto ha un percorso documentario preciso, che porta a un manoscritto specifico, conservato e consultabile.
Si tratta del codice Clm 8201 della Bayerische Staatsbibliothek di Monaco, noto come Mettener Armenbibel (la “Bibbia dei poveri di Metten”), realizzato tra il 1414 e il 1415 su commissione dell’abate Pietro I per l’abbazia benedettina di Metten, in Bassa Baviera.
Il manoscritto è oggi integralmente digitalizzato e liberamente consultabile, sia sul portale ufficiale della biblioteca sia su Google Arts & Culture, ed è in pubblico dominio (i link diretti sono in fondo all’articolo, tra le fonti).
Al folio 95r compare una miniatura che raffigura san Benedetto mentre regge un bastone terminante in una croce e un cartiglio. Su quel cartiglio è scritta per esteso, non abbreviata, la preghiera latina che secoli dopo diventerà l’acronimo inciso sulla medaglia. Questo è il dettaglio che più conta per capire l’intera storia successiva: le “lettere misteriose” che nel Seicento impressioneranno e spaventeranno tutti non nascono come un enigma da decifrare.
Nascono come una preghiera perfettamente leggibile. È solo in un momento successivo, quando qualcuno comincia a dipingere sui muri e a incidere sugli oggetti soltanto le iniziali di quella preghiera, che il suo significato va perduto, aprendo la strada a tutto ciò che accadrà nel 1647.
Va precisato anche il tipo di manoscritto in cui questa immagine compare. Una “Armenbibel”, o Biblia pauperum, non era un testo teologico per addetti ai lavori, ma un compendio illustrato pensato per la predicazione e la catechesi visiva, destinato a un pubblico che spesso non sapeva leggere il latino corrente.
Questo dettaglio non è secondario: significa che, fin dalla sua prima attestazione, l’immagine della croce di Benedetto nasce in un contesto pensato per comunicare per immagini, non per testo, esattamente il meccanismo di segno-oltre-il-significato che abbiamo visto poco sopra.
Da dove nasce davvero: il nucleo agiografico e la leggenda di diffusione
I miracoli raccontati da Gregorio Magno
Per capire perché a un certo punto qualcuno abbia associato proprio a Benedetto una simile potenza protettiva, bisogna tornare a un testo scritto quasi un secolo prima che Benedetto fosse anche solo un ricordo diretto: i Dialoghi di papa Gregorio Magno, composti attorno al 593-594, circa sessant’anni dopo la morte del santo.
È lì, nel libro secondo, che si raccontano i due episodi che poi finiranno scolpiti su ogni medaglia. Il primo è ambientato nel monastero di Vicovaro, dove Benedetto era stato chiamato come abate: i monaci del luogo, insofferenti alla disciplina che il nuovo abate intendeva imporre, decidono di avvelenarlo offrendogli una coppa di vino avvelenato.
Benedetto, prima di bere, traccia sulla coppa il segno della croce, ed essa si frantuma istantaneamente, come se il gesto stesso avesse la forza di un colpo fisico. Il secondo episodio è ambientato più avanti, a Subiaco: un prete rivale, geloso della fama di santità di Benedetto, gli invia in dono un pane avvelenato; un corvo, che il santo era solito nutrire, lo afferra e lo porta via su suo ordine, prima che possa essere consumato.
In entrambi i casi l’elemento comune è lo stesso: non è la preghiera in sé a salvare Benedetto, ma il gesto fisico del segno della croce, compiuto nel momento esatto del pericolo.
È questa l’equazione narrativa originaria da cui discende tutto il resto. In questa fase, va ribadito, non esiste ancora nessun oggetto fisico: esiste solo un racconto agiografico che stabilisce un’equazione precisa, cioè che Benedetto ha autorità sul segno della croce come arma contro l’avvelenamento e l’inganno.
La leggenda di Brunone di Egisheim, il futuro papa Leone IX
La leggenda che spiega come questa fama si sia poi diffusa capillarmente tra il popolo è più tarda, e circola almeno dall’XI secolo, trasmessa (secondo la letteratura specialistica) tramite un racconto attribuito a Wiberto di Toul. Narra di un giovane nobile alsaziano, Brunone di Egisheim-Dagsburg, colpito da una grave malattia.
Qui le fonti divergono in un dettaglio non trascurabile: la tradizione italiana parla genericamente di “grave infermità”, mentre la tradizione tedesca specifica che Brunone fu morso da un rettile velenoso. In entrambe le versioni, il giovane ha una visione: una scala luminosa scende dal cielo, e lungo di essa un anziano in abito monastico, san Benedetto, gli tocca il volto con una croce splendente e lo guarisce all’istante.
Brunone diventa monaco benedettino e in seguito viene eletto papa con il nome di Leone IX (1049-1054).
Vale la pena segnalare, per onestà storiografica, che questa divergenza tra le versioni non è un dettaglio marginale: è il segno che stiamo maneggiando una leggenda viva, rimodellata nel tempo e nello spazio da comunità diverse, non un resoconto fissato una volta per tutte.
Questa instabilità testuale, più che indebolire la fonte, la colloca correttamente nel suo genere: l’agiografia popolare, non la cronaca.
Il 1647: il processo per stregoneria che rese famosa la croce
Per arrivare al punto di svolta bisogna spostarsi in Baviera, nel pieno della stagione europea della caccia alle streghe, che tra Cinquecento e Seicento attraversa senza distinzione territori cattolici e protestanti.
A Straubing, vicino a Natternberg e non lontano dall’abbazia di Metten, si celebra nel 1647 un processo per stregoneria. Sei donne accusate di stregoneria dichiarano, sotto interrogatorio (con ogni probabilità sotto tortura, prassi ordinaria dell’epoca), di non essere mai riuscite a esercitare alcun potere sull’abbazia di Metten, perché il monastero era protetto da una “Croce di Benedetto”.
Gli inquirenti si recano al monastero per verificare, e trovano effettivamente sui muri affreschi che raffigurano una croce circondata da lettere abbreviate, il cui significato però nessuno, a quel punto, sa più spiegare. È solo grazie al ritrovamento, nella biblioteca dell’abbazia stessa, del manoscritto del 1414-15 (la stessa Bibbia dei poveri citata sopra) che le lettere possono finalmente essere decifrate come le iniziali della preghiera latina già scritta per esteso due secoli prima.
Vale la pena sottolineare un dato che nessuna fonte devozionale mette in evidenza: perfino la data 1647 viene riportata con un punto interrogativo nelle opere di riferimento più rigorose, segno che anche il dettaglio cronologico più citato non è del tutto blindato.
C’è un aspetto di questa vicenda che merita attenzione perché rovescia l’immagine consueta dell’oggetto. Non è la Chiesa a promuovere la croce come arma contro le streghe: sono le presunte streghe stesse, sotto interrogatorio giudiziario, ad attribuirle quel potere.
La fama della croce come dispositivo apotropaico nasce, letteralmente, da un atto inquisitorio, non da una riflessione teologica. È questo l’evento che trasforma un’immagine devozionale locale, chiusa in una biblioteca monastica, in un amuleto richiesto in tutta Europa.
Da qui la diffusione è rapida: le prime medaglie vengono coniate in Germania e si diffondono presto in tutto il mondo cattolico. Sappiamo che ne era a conoscenza anche Vincenzo de’ Paoli (morto nel 1660), le cui Figlie della Carità la portarono sempre appesa al rosario, tanto che per anni, almeno in Francia, fu prodotta appositamente solo per loro.
Il secolo in cui fu proibita: la croce e le pratiche magiche del Seicento
Qui si arriva al cuore della domanda che questo articolo vuole affrontare: cosa significava, concretamente, “pratica magica” nel periodo in cui questo oggetto si diffonde.
Tra la seconda metà del Cinquecento e la metà del Seicento l’Europa attraversa il momento di massima intensità della caccia alle streghe, con decine di migliaia di processi in territori cattolici e protestanti indistintamente.
La Baviera è tra le regioni più attive in assoluto: sotto il ducato (poi elettorato) di Massimiliano I, che governa dal 1597 al 1651, si susseguono ondate di persecuzioni particolarmente dure, alimentate anche dalle carestie e dalle epidemie che colpiscono la regione nel corso della Guerra dei Trent’anni (1618-1648), conclusa da poco quando si celebra il processo di Straubing del 1647.
È in questo contesto, di guerra appena finita, di insicurezza diffusa e di apparati inquisitori ancora pienamente attivi, che va letta la deposizione delle sei donne accusate: non un episodio isolato, ma un tassello di un sistema repressivo già rodato da decenni.
In questo clima, qualsiasi oggetto a cui si attribuisse un potere soprannaturale, che fosse per nuocere o per proteggere, attirava il sospetto delle stesse autorità che perseguivano le streghe, perché la categoria teologica usata per giudicare entrambe le cose era identica: la “superstitio”.
Cosa significava davvero “superstitio”
Vale la pena spiegare cosa significasse davvero questo termine, perché è la chiave dell’intera contraddizione. Nella teologia cattolica medievale e della prima età moderna, “superstitio” non indicava genericamente una credenza sciocca: era una categoria canonica precisa, che risale ad Agostino d’Ippona e viene poi sistematizzata da Tommaso d’Aquino, e che definiva come illegittimo qualunque culto o pratica che aggiungesse qualcosa di non autorizzato al culto legittimo, qualunque eccesso rispetto alla devozione propriamente sancita dall’autorità.
Il punto scomodo, messo bene in luce dalla storiografia contemporanea sul tema (in particolare dagli studi di Dieter Harmening), è che la linea tra un sacramentale approvato e un condannabile “mezzo magico” non era fissata dalla natura dell’oggetto in sé, ma da quale autorità, in quale momento, decideva di tracciarla.
Dal divieto all’indulgenza: la svolta del 1742
Ed è esattamente quello che accade alla Croce di Benedetto. La stessa identica medaglia a cui un papa concederà indulgenze nel 1742 era stata, nel secolo precedente, ripetutamente proibita da singoli vescovi e formalmente inserita nell’Indice, proprio perché la gente comune la utilizzava “come mezzo magico”, cioè esattamente nello stesso modo in cui, nel 1647, le presunte streghe di Straubing le avevano per prime attribuito quel potere.
Solo nel 1742, con un breve del 12 marzo ottenuto dall’abate boemo Benno Löbl (dell’abbazia benedettina di Praga), papa Benedetto XIV riabilitò la medaglia, concedendo indulgenze a chi la portava con sé: risolvendo a favore dell’oggetto ciò che un secolo prima era stato risolto contro di esso.
La conseguenza concettuale è netta, e vale la pena dirla senza troppi giri di parole: la Chiesa non ha “scoperto” che la croce era sempre stata religione lecita. Ha cambiato, nell’arco di circa un secolo, la propria classificazione dello stesso identico oggetto, con la stessa identica formula di lettere, da “magia condannata” a “sacramentale approvato”.
L’oggetto non è mai cambiato. È cambiato il confine istituzionale di ciò che conta come lecito.
Questa oscillazione tra proibizione e adozione non è un caso isolato del periodo. Uno schema strutturalmente identico si ritrova nei grimori a stampa che rivendicano un’origine ecclesiastica ufficiale, come l’Enchiridion Leonis Papae (attribuito a papa Leone III come dono a Carlo Magno), che prometteva protezione contro veleno, fuoco e tempeste, e che a sua volta circolò sia come manuale devozionale sia come testo condannato, finendo associato all’Affare dei veleni di Parigi del 1679.
Oggi: sacramentale o sigillo? Una tensione mai risolta
Le fonti cattoliche ufficiali continuano oggi a ribadire, quasi con insistenza, che la medaglia “non è un talismano” e non possiede alcun potere proprio. Nello stesso momento, sul mercato esoterico contemporaneo, l’oggetto circola esplicitamente come “Sigillo di San Benedetto”, venduto da rivenditori specializzati accanto ai sigilli della tradizione salomonica e della magia cerimoniale: esattamente la categoria da cui la Chiesa ha impiegato tre secoli a cercare di allontanarlo.
Come opinione di questa ricerca, aperta a essere corretta da chi ha altri elementi, e senza alcuna pretesa di darle un’etichetta “accademica”: la lettura più solida sull’intero arco documentato, dalle lettere dipinte sui muri di Metten al processo di Straubing, dai divieti episcopali del Seicento fino allo scaffale esoterico di oggi, è che la Croce di San Benedetto non abbia mai davvero smesso di funzionare come dispositivo apotropaico nel senso antropologico del termine: un segno il cui potere sta nell’essere riconosciuto e portato addosso, non necessariamente letto e compreso.
A cambiare, nei sei secoli che separano il manoscritto di Metten dal negozio esoterico online, non è stata la funzione dell’oggetto, ma chi aveva l’autorità per dirlo ad alta voce.
Chi è arrivato fin qui probabilmente riconosce lo stesso schema in altri simboli apotropaici cristiani di cui abbiamo scritto su questo blog: penso in particolare al Simbolo dell’abbazia di Morimondo, che segue un percorso per certi versi parallelo, tra devozione monastica, leggenda di trasmissione soprannaturale e recupero moderno in chiave esoterica.
Non è un caso isolato: è un pattern ricorrente in tutta la storia della cristianità occidentale, ogni volta che un segno religioso viene chiamato a fare anche da scudo contro un pericolo concreto.
Fonti principali
- Bayerische Staatsbibliothek, Monaco, Clm 8201 (“Mettener Armenbibel”, 1414-15), digitalizzato integralmente: visualizzatore digitale-sammlungen.de e Google Arts & Culture
- RDK Labor (Reallexikon zur deutschen Kunstgeschichte, Zentralinstitut für Kunstgeschichte, Monaco), voce “Benediktusmedaille (Benediktuskreuz, Benediktuspfennig)”
- Handwörterbuch des deutschen Aberglaubens, vol. 1, Berlino 1927, coll. 1034-1040: testo integrale su archive.org
- Voce “Medaglia di San Benedetto”, Wikipedia in italiano
- Voce “Benediktusmedaille”, Wikipedia in tedesco
- F. J. Dölger, Antike und Christentum, 1932
- R. Bauerreiß, Arbor vitae, Monaco 1938
- P. Guéranger, Essai sur l’origine, la signification et les privilèges de la médaille ou croix de S. Benoît, Poitiers 1862
- A. J. Corbierre, Numismatique Bénédictine, Roma 1904
- D. Harmening, Superstitio. Überlieferungs- und theoriegeschichtliche Untersuchungen…, Berlino 1979
- R. Kieckhefer, Magic in the Middle Ages
- Gregorio Magno, Dialogi, libro II
- voce “Filatterio”, Enciclopedia dell’Arte Medievale, Treccani
- I. Garipzanov, saggio sui segni e simboli grafici cristiani tardoantichi
Nota: non tutte le fonti citate sono liberamente consultabili online; dove esiste un accesso digitale diretto, il link è riportato sopra.
Chiunque volesse intervenire con un proprio commento è, ovviamente, il benvenuto.
TAU MAGISTER I°




